Ljubov’

Ljubov’ cammina per strada a testa alta, con lo sguardo nascosto dietro grandi lenti oscure. Il vento le graffia il viso, mentre un sole bugiardo le bacia le gote. Parla poco l’italiano, con quella voce sommessa di chi ha conosciuto l’orrore della guerra, la violenza dei militari, lo strazio dell’abbandono. Ha combattuto un regime in cui non credeva, pagando con l’esilio i suoi ideali. Lascia un figlio in quella terra maledetta che l’ha vista nascere, ma mai accoglierà le sue spoglie. Tornare nella sua Itaca le costerebbe la vita, quella stessa vita che ha voluto fortemente preservare mettendosi in viaggio.

Leggo sui suoi documenti che le appartiene lo status di rifugiato polito. Il suo volto è ancor più loquace. Segnato da sofferenze atroci, è un urlo che squarcia il velo dell’indifferenza, abbattendo le distanze. Leggo nei suoi occhi il terrore e la diffidenza di chi si sente attorniato solo da nemici. Mi chiede di non rimproverarla se dovesse sbagliare qualcosa. Me lo chiede con il capo chino e una voce fioca, quasi tremante, lamentosa come la cadenza di una nenia di cui si fa fatica a distinguere le parole, perse dietro suoni petulanti. La richiesta quasi mi stranisce. Non alzo mai la voce, ma lei non mi conosce, non può saperlo. Potrei essere solo l’ennesimo nemico da combattere, l’ennesima voce prepotente pronta a inveire, a soggiogarla. Prima di affidarsi, ha bisogno di essere rassicurata. Lei, che ha combattuto come militare una guerra efferata, che ha conosciuto il freddo e il buio di una cella, e ha avuto il cuore straziato dal dolore quando le hanno strappato dalle braccia il figlio, chiede a me di suggellare una promessa: sarà tra i miei banchi, solo e soltanto se non alzerò mai la voce su di lei. La guardo e improvvisamente sulla mia pelle sento il peso di quella richiesta, come se riuscissi a cogliere la ragione che muove quelle parole, il terrore, ma anche quel fioco alito di speranza che ancora sa provare nei confronti dell’umanità.

Leggo il suo nome, Ljubov’. Lei, però, si fa chiamare Betta. L’uomo che ama le ha cambiato il nome, e persino i connotati, dietro qualche birra di troppo. A lui, quel nome ricordava le bestie feroci; meglio Betta s’era detto, questo sì che è un nome di donna nostrana. Forse cambiarle l’identità avrebbe allontanato lo spettro delle sue origini, gli anni che l’avevano vista guerriera feroce e madre combattente. Eppure, in quel nome, Ljubov’, c’è una radice di speranza: лйуб, ljub, è amore. Quell’amore smisurato, disinteressato, fraterno per la sua terra, per il suo popolo, per la libertà che aveva cercato in patria e trovato soltanto lontano dalla casa paterna. Quell’amore simile alla voce greca ἀγάπη, agápē, forte come la caritas latina. Quell’amore che ha cercato anche qui, tra le braccia di qualcuno che la proteggesse come mai nessuno aveva osato. Quell’amore che chissà se mai saprà ripagarla del suo coraggio.

Che cos’è l’amore?

love

Cielo limpido, soffitto di stelle, cena sul lago con vista sul monte innevato. Seduta a un tavolo, vedo riflesso il mio volto nella lunga vetrata che dà sull’esterno. Vado oltre le parole vuote, i suoni stridenti, le risate grossolane. Mi astraggo. Mi perdo in quel riflesso.

Che cos’è l’amore?

Persa in un ricordo, provo anch’io a rispondere, nei miei silenzi.

È l’odore buono della tua pelle chiara e il sapore dolce delle tue labbra rosse. È la geografia del tuo corpo, la mappa dei tuoi nei lungo la schiena, il tuo sguardo sgombro da nubi mentre fissi il mare e con una mano ti sorreggi il capo. Sono le nostre fronti poggiate l’una accanto all’altra. È la tua mano nella mia mentre passeggiamo.

È l’aroma del caffè preparato da te. È il mio guardarti basita mentre poi non riesci più svitare la caffetteria dopo averla stretta forte forte. È il tuo sorriso mentre scarti l’ennesimo libro di fotografia con l’entusiasmo del primo regalo.  È il mio scombussolarti la tabella del rientro dalle vacanze, per guadagnare ancora qualche momento insieme. È il tuo occhio lucido mentre leggi le mie parole su carta, quelle che non riesco a sussurrarti all’orecchio. È il tuo rincorrere le parole per costringerle a stare su un bigliettino senza arrossire. È la tua mano sul mio ginocchio mentre guidi. È la mia mano mentre ti accarezzo i capelli per ore. È guardarsi negli occhi e, senza dir nulla, scegliere la montagna come meta.

È un nostro abbraccio, un nostro silenzio, un nostro rimpianto.

È un tempo presente per un passato lontano. È una crepa nel cuore. È sentirti ancora parte di me. È  amarti nonostante tutto. È lasciarti libero di essere felice.

All’ombra della saudade

amelie

Notte insonne. Occhi aperti in un buio impenetrabile. Fuori c’è bora. Soffia, urla, si infrange contro ogni cosa che incontra, l’avvolge, la spazza via. Il soffitto sembra il fondale d’una sorgente. Sento l’acqua venir giù, forte, impetuosa. Guardo l’ora. 3:25. Una strana inquietudine m’assale. Sarà ansia da sveglia all’alba. Sarà paura di perdere la prima corriera e restare qui qualche ora in più.

Fughe e approdi: ecco cosa resta di me.

Corro tra due case, lascio tracce ovunque che puntualmente non ritrovo più in nessun luogo. Oscillo tra estremi: silenzi e confusione, vuoti e condivisioni, libertà e legami, indipendenza e restrizioni, presente e passato. La certezza che tutto ciò sia provvisorio non rassicura, destabilizza. Mi avvicinerò, tornerò alla base, cambierò casa. Ovunque sarò il prossimo anno, non sarà ancora la casa, quella sognata, agognata, immaginata, ma mai realizzata. Chiudo gli occhi. Mi addormento.

Avverto una presenza, mentre sono intenta a salire una scala. So che  è dietro di me, sento il peso del suo esserci. Non mi volto, ma so che c’è. Sento che anche lei sa che sono io a precederla. È sempre stato così, i nostri passi non erano mai allineati, il mio precedeva il suo. L’inciampo era inevitabile. Salgo senza voltarmi. Davanti a me ho una donna. La riconosco, è materna. Tra le sue rughe si nascondono le pieghe del dolore. Si volta, mi guarda, non dice nulla. Si domanda tra sé se sono proprio io. Solo il silenzio può occupare le distanze tra noi. Sembro sospesa tra due parentesi. Eterea, inconsistente, svolto e mi dissolvo dietro una porta, mentre loro continuano l’ascesa al piano successivo.

Pochi fotogrammi restano impressi al risveglio. Uno strappo su tela bianca è  quel volto. È qualcosa che resta tra le pagine d’una nuova vita, anche se il tempo ha sbiadito i contorni degli alibi e delle ragioni. Resiste solo ciò di cui non so pentirmi. Resta ciò che resiste.

E qualcosa rimane, 
fra le pagine chiare e le pagine scure, 
e cancello il tuo nome dalla mia facciata 
e confondo i miei alibi e le tue ragioni, 
i miei alibi e le tue ragioni. 

Vorrei non riconoscere quel volto nei fondi di caffè, dietro i finestrini di un’auto, in due occhi chiari. Vorrei sentire il mio passo più svelto, il respiro meno profondo, i sogni più sgombri, ma torno a ricercare quello sguardo in una vecchia fotografia.

Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi 
se per caso avevo ancora quella foto 
in cui tu sorridevi e non guardavi 
ed il vento passava 
sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona. 
E quando io, senza capire, ho detto sì,
hai detto: «è tutto quel che hai di me». 
È tutto quel che ho di te.

Un ricordo e una fotografia: è tutto quel che ho. E il ricordare ha in sé quella radice da cui non so staccarmi. È un passare dalle parti del cuore, è un riannodare i fili della memoria. È l’insinuarsi di un volto in sogno, mentre continuo ad abitare la mia saudade.

Ai tuoi occhi da bambino

«Cara maestra Amélie anche oggi ti voglio bene. Io ti voglio sempre bene. Sei molto carina e molto curiosa».

Mi tiri per la maglia mentre faccio lezione alla tua mamma e, col tuo sorriso senza denti, mi inviti a voltarmi per leggere la dedica che anche oggi, con occhi vispi e mano tremante, hai dipinto su una lavagna cupa. Mi stupisci ogni volta. Mi imbarazzi, strappandomi un sorriso. Non sono abituata alle sorprese; i tuoi gesti così inaspettati colorano i miei giorni qui. Tra le mie carte, primeggiano i disegni che mi doni: vasi pieni di fiori, prati verdi e aquiloni,  alberi che somigliano a grandi gelati al pistacchio. Scuoto la testa e sorrido. Mi spiazzi ogni volta. Stai seduto in un angolino, lasci la tua mamma studiare, mentre pasticci con fogli e colori che stranamente finiscono sempre nella mia cartellina. I tuoi doni emanano vivacità, spensieratezza, gioia di vivere, leggerezza, tutte cose che non credo mi appartengano, eppure tu le dipingi nelle ore che passi qui con me. Mi piace pensare che forse, dietro questa scorza dura, oltre questo velo di malinconia, tu riesca a vedere qualcosa che sfugge persino a me. Mi  ricordi che posso essere anche altro. Ed io l’unica cosa che so fare è darti un bacio forte e augurarti di non perdere mai questa dolcezza.

Ti guardo e mi chiedo perché siate così tremendamente adorabili da piccoli e maledettamente pesti da grandi. Dove finirà un giorno la tua spensieratezza? Sarai capace di preservare il candore del tuo cuore? Sarai in grado di far vibrare anche da grande il cuore di una donna? Vorrei che la vita ti rendesse uomo senza soffocare il bambino che è in te. So che puoi farcela. So che, se vorrai, potrai non perdere mai quegli occhi vispi e sorridenti.

F., insegnami a rinnamorarmi degli uomini. Insegnami a credere ancora nell’amore. Aiutami a ritrovare il mio cuore di bambina  e i miei sogni perduti. Indicami la strada per Itaca. Dimmi che, un giorno, non avrò più voglia di fuggire.

Cara Amélie trentanovenne

Cara Amélie trentanovenne,

se starai leggendo questa lettera, vorrà dire che sarai ancora viva, in chissà quale angolo del mondo. A scriverti è la Amélie da poco ventinovenne, reduce da un brutto spavento, che le ha confermato tre cose importanti: avete la pellaccia dura, qualche buona stella lassù e qualche angelo sconosciuto in terra. Se sarai sopravvissuta a questi dieci anni che ci separano, spero che ogni volta che sentirai franare il terreno sotto i piedi, ogni volta che il tuo cuore sarà velato dalla tristezza e penserai che non c’è più speranza, ti ricorderai delle volte in cui la vita ti ha sorpreso, mettendo sulla tua strada volti sconosciuti pronti a tenderti una mano nei momenti peggiori. Amélie, nessuno si salva da solo, neppure tu. Chissà se a trentanove anni lo avrai finalmente accettato.

Cara Amélie trentanovenne, faccio davvero fatica a immaginarti, ma ciò non mi fa paura. È come se dovessi scrivere ancora le pagine migliori, perché tutte le domande che mi pongo, quando ti penso, gravitano attorno al cuore. Ti immagino sempre fiera del tuo lavoro, ancora in grado di commuoverti tra i banchi di scuola, mai capace di stare seduta dietro alla cattedra, sempre in piedi, un po’ in bilico, un po’ girovaga, a dispensare sorrisi, incoraggiamenti, pacche sulle spalle. Non sarà facile, chissà quante diffidenze avrai dovuto abbattere, soprattutto col tuo volto da bambina, ma mi piace credere che avrai incontrato ancora, chissà quante volte, assistenti che ti chiedono come mai dalle tue classi si sentano librare nell’aria risate mentre si studia, generando soporifere invidie. Ti immagino sempre più sicura di te tra quelle quattro mura, capace di lasciare dietro quella porta il mondo intero e i suoi travagli. Sappi che l’Amélie ventinovenne non avrebbe mai neppure lontanamente immaginato di cominciare quest’avventura nel tempo in cui ti scrive. Stentava a credere che i sogni potessero realizzarsi. Tra fughe di cervelli, proposte allettanti all’estero, si era detta “se non ora, mai più” e la vita ha scelto per lei. Perché la vita fa così, stravolge i tuoi piani, ti confonde le idee, ti spintona e ti bistratta, ma poi sa essere immensamente straordinaria, sorprendente, generosa. Mi ha donato il lavoro per cui avevo sempre lottato proprio quando la mia vita stava naufragando. No, Amélie, dieci anni prima non l’avrei mai detto. Dieci anni prima affrontavo il mio ultimo anno di liceo, discutevo con un padre che mi voleva medico o chimico, mentre io sognavo di invecchiare tra i banchi di scuola, tra occhi capaci di stupirsi ancora in uno degli ultimi avamposti di bellezza. In dieci anni, lo studio e il lavoro sono state le mie uniche certezze, la strada da percorrere con passione e dedizione. Ho creduto fortemente nei semi che gettavo, anche quando tutti mi dicevano che quella strada mi avrebbe reso infelice, precaria, disperata. I miei occhi, invece, vedevano altro e mi piace credere che la vita abbia deciso di salvarmi, facendomi aggrappare all’unica cosa che spero non mi tradisca, l’amore per il lavoro che ho scelto e amato da sempre.

Tutto il resto, invece, è stato un giro sulle montagne russe, una scommessa persa, una tormenta capace di spazzare via ogni speranza. Scelte sbagliate, cadute e risalite, una lotta continua tra rabbia e bisogno d’affetto, incapacità di perdonare e senso di colpa, fragilità e determinazione. Quando al cuore ho affiancato la ragione ho intravisto l’orizzonte, ma quando il cuore ha preso il sopravvento mi sono ritrovata sempre naufraga, lontana dalla mia Itaca. Oggi non saprei più dirti che volto ha Itaca, non saprei neppure chiudere gli occhi per immaginarla. I contorni si confondo con i ricordi, ma svaporano sotto il peso della pioggia. Così quando penso a te, Amélie del domani, non posso far altro che pormi domande. Chissà se sarai ancora carne e ossa, polvere tra l’etere o cenere sotto un tumolo di terra fredda. Chissà se avrai sciolto i nodi del tuo cuore o te ne starai andando ancora in giro con le tue zavorre. Chissà se avrai imparato a fidarti nuovamente d’un paio d’occhi e di qualche parola gettata al vento o avrai capito che forse non potrai mai affidarti completamente a qualcuno se non a te stessa. Chissà se avrai varcato la soglia di una chiesetta di campagna, immersa nel verde, per legare la tua vita all’Amore o se avrai, invece, smesso per sempre di credere che l’incastro perfetto di due imperfezioni esista davvero. Chissà se ti sarà cresciuto il pancione per una nuova vita o per l’ennesima dieta andata male. Chissà se ti sarai emozionata sentendo scalciare dentro di te l’amore più grande che potrai mai provare o se avrai pianto lacrime di gioia scegliendo di prendere in affido un bimbo. O chissà se la vita ti avrà così imbruttito il cuore da decidere di viaggiare sola. E chissà se il mio piano di risparmio ti abbia permesso di comprare quella casetta indipendente che tanto desidero e di riempirla dei miei (nostri) colori, profumi, libri. Chissà se la sera ti addormenterai ancora sola o litigherai con qualcuno per guadagnare qualche centimetro in più di coperta. Chissà che colore avranno gli occhi di chi sarà al centro dei tuoi pensieri.

Cara Amélie, non so proprio immaginarti, ma spero che avrai sempre al tuo fianco i tuoi genitori, guida insostituibile, punto fermo dei giorni più incerti. Spero che avrai viaggiato tantissimo e che ti sarai lasciata contaminare dalla bellezza ovunque sarai stata capace di scovarla. Vorrei che le tue paure avessero smesso di adombrati il cuore e che il sorriso tu possa averlo a trecentosessanta gradi e non più, timoroso, a fior di labbra.

Cara trentanovenne, chissà se mai leggerai queste righe e a quante di queste domande potrai rispondere. Non ho fretta di inseguirti, non ho paura di cercare le risposte. Mi piace immaginarmi, e forse anche un po’ immaginarti, in divenire, come se la vita potesse ancora sorprenderci.

Ovunque sarai, spero tu stia vivendo la vita che hai sempre voluto.

Tua A.

 

Epifania sotto un cielo di stelle

stella

A volte mi chiedo dove siano finiti i miei sogni, se si siano solo nascosti in qualche meandro del cuore o si siano spenti per sempre. Indossata la corazza diventa sempre più difficile disfarsene. Lo sguardo disincantato non riesce più a credere nella bellezza. La ricerca, la insegue, se ne stupisce ma non sa afferrarla, coglierla, trattenerla, come se, in fondo, non fosse più in grado di compiere l’ultimo slancio, quel passo nel vuoto capace di assumersi il rischio, di tentare, di provare a vedere se sia ancora possibile scorgere poesia sotto le macerie.

Oggi non so più cosa desidero o forse ho solo paura di sognare. Ho riposto in fondo al cuore il progetto di vita più importante, quell’essenziale invisibile agli occhi di cui ero profondamente innamorata, il valore più importante, il bene supremo a cui avrei sacrificato tutto. Mi chiedo se per me ci sia ancora un senso profondo da inseguire, una stella polare a segnare la rotta dopo il naufragio. Perché forse la cosa che più vorrei, il desiderio che più mi fa tremare e non riesco a pronunciare a voce alta, è quello di riuscire nuovamente a volgere lo sguardo verso l’alto, per cogliermi fragile, imperfetta, ma ancora capace di sognare.

Vorrei svegliarmi e sentirmi così fortemente attaccata alla vita da esser pronta a sporcarmi di nuovo dei suoi colori, delle sue sfumature, di quelle vibrazioni che scaldano il cuore. Vorrei volgere lo sguardo verso il cielo e fidarmi ancora delle stelle. Vorrei credere che Epifania possa significare che lassù ci sia ancora la mia buona stella pronta a illuminarmi il cammino, anche se quaggiù sembra tutto buio. Perché forse è di questo che ho bisogno: di luce, di speranza, di una promessa in cui credere. Vorrei tornare a riveder le stelle, affinché il cuore non sia più zavorra ma gabbiano pronto a spiegar le ali. Vorrei che l’angoscia non prendesse sempre il sopravvento sulla speranza, per ritrovare il coraggio di rimettermi in viaggio, libera da corazze, scevra da paure. Vorrei riuscire a (r-)innamorarmi del mio sogno più grande per ritrovare il mio sguardo da bambina.

Vorrei che il mio cielo fosse sgombro da nubi, perché la luce della mia stella possa non esser sprecata. E vorrei ritrovare il coraggio di sedermi in due sulla stessa vetta, con lo sguardo rivolto vero l’alto e le mani intrecciate a segnare l’inizio d’un sogno di bambina divenuto realtà.

L’ultima lettera

Ci si innamora per caso, distrattamente, agli angoli di strada, sui bordi tremuli della vita, tra nuova luce che penetra tra le crepe e  vecchie ombre del passato. Ci si innamora di due occhi profondi, di un sorriso a fior di labbra, di un profumo di buono. Ci si innamora cercando nell’altro l’anello mancante, l’incastro perfetto. Accade all’improvviso, senza chiedersi perché, mai per scelta. L’amore viene dopo. È scegliersi, sporcarsi e sudare. È costruire, demolire e ricostruire. È resistere e restare. È crescere. Ma è anche errare: vagabondare e sbagliare. È ferirsi e riferirsi, fino a farsi male, fino a non riuscire a smettere.

Amarti è stato tutto questo e tanto altro. È stato confrontarsi con paure, debolezze, fragilità. È stato conoscere la felicità e la disperazione, la presenza costante e l’assenza assordante, la delusione bruciante, l’attesa disattesa. È stato concepire, per la prima volta, sogni grandiosi, vederli sbocciare, crescere, maturare, ma anche affievolirsi, appassire, morire.

Se amarti è stato semplicissimo, dimenticarti è stata una tortura, una spina nel fianco, un compito malriuscito. Eppure, persino nella delusione più cocente sento di aver imparato qualcosa. Ho capito chi sono, cosa sono in grado di provare e, soprattutto, cosa non potrò mai essere. Ho smesso di esserci quando ho capito che non si può inseguire chi sceglie di andarsene. Ho smesso di amarti quando non ti ho più riconosciuto, quando ho capito di dover distinguere l’uomo che eri dall’uomo che amavo.

Ti ho guardato come si guarda la persona con cui vuoi vivere, crescere e invecchiare. T’ho guardato con occhi troppo pieni d’amore, così offuscati da non accorgermi che stringevo tra le mani un sogno solo mio, non rendendomi conto di essere distante da ciò che avevi sempre avuto. Non c’entravo col tuo mondo, fatto di scadenze, paure, fugacità. Tu ti accontenti della superficie, io scavo gli abissi. Tu scegli il silenzio, io vivo di parole. Tu sei leggerezza, disimpegno, fuga; io, peso, zavorra, radici. Sono tutto ciò che più ti fa paura. Sono il tuo incubo peggiore, lo specchio in cui vedi riflesse le tue angosce, la tua viltà. Metto a nudo quei pensieri che respingi in fondo all’anima. Risveglio la tua paura di fallire. Mi hai macchiata di colpe altrui perché non sai più riconoscere e trattenere qualcosa di bello, pulito, onesto. E l’ho capito tardi.

Sono stata una parentesi che nulla c’entra con il tuo mondo, fatto di miserie, tradimenti, egoismi, infedeltà. Non potevi credere che fossi diversa, non riuscivi a fidarti davvero, non riuscivi ad ammettere che fossi esattamente così com’ero. Dovevi raccontarti che anch’io avessi segreti, peccati, omissioni, che anch’io come le altre apparissi in un modo per poi essere altro. Non potevi lasciarti andare. Dovevi dirti che neppure questa volta sarebbe giunto il momento di crescere. Eppure, avrò mille difetti, imperfezioni, insicurezze ma d’una cosa sono sempre stata certa, non ho bisogno di mentire, non ho paura della vita, non so stare all’ombra, sono ciò che sento. Sbaglio, cado, mi rialzo. Non sono perfetta, non voglio esserlo. Voglio vivere i giorni che mi restano senza ombre sul cuore, senza occhi velati dalla tristezza, senza sorrisi spenti. E per farlo ho bisogno di ammettere che ho sbagliato quando ho scelto d’amarti, di restarti accanto, di aspettarti. Ho dovuto mescolarmi col tuo mondo per accettarlo. Ho dovuto scoprire con chi mi hai sostituita per accettare quanto i miei occhi fossero stati ingannevoli, quanto fosse stato cieco e sordo il mio cuore. Perché quando ami follemente, senza barriere, senza freni, senza pregiudizi, diventi vulnerabile. Ti esponi, rischi. L’amore è una sfida ed io ho perso. Mi sono lasciata travolgere, ho anteposto il cuore alla ragione, ho investito tempo, emozioni, sogni, speranze. Ho creduto in una bolla di sapone perché non ne avevo mai vista una così grande, fragile ma tanto, tanto, bella. Non chiedermi se sono pentita, perché, se potessi tornare indietro, inciamperei nuovamente in ogni attimo, crederei ancora al mio cuore, ai battiti, ai sospiri, alla parte migliore di me. Ripeterei gli stessi errori, pur certa di farmi ancora male, perché chi è schiavo delle proprie paure non va avanti. E tu sei rimasto esattamente dov’eri e dove forse sei sempre stato.

Quando ripenso all’ultimo anno, vedo una donna sola ma forte, una donna che, con la morte nel cuore, ha seppellito un sogno, si è aggrappata a quel poco che aveva e ha provato a ricostruire il suo presente, abbandonando ogni certezza, ogni punto di riferimento. Andare a vivere da sola non era nei progetti, una casa l’avevo sempre immaginata abitata da amore, ma la vita ha scelto per me. Eppure, è stato solo così che ho capito che, se qualcosa si vuole davvero, si afferra, si realizza, accade, con poco o con molto non conta. In pochi giorni, senza sceglierlo, mi sono trovata a dover cercare, riempire e abitare da sola una casa in un paesino remoto e so che, per qualche ragione, anche questo mi sta aiutando a conoscermi meglio, a capire chi sono e cosa posso essere. Sono sola, è vero, ma non soffro la solitudine. Amo la mia libertà, gli impegni che scandiscono il tempo quassù, il verde che riempie i miei occhi ogni mattina, il vento che soffia forte e spazza via i brutti pensieri. Provo nostalgia quando con la corriera ripercorro paesini che abbiamo visto insieme. Nei miei occhi i ricordi sono ancora troppo vivi. E basta poco per velarli di malinconia quando Joseph mi saluta con il baciamano e una carezza sul volto, ripetendomi: «Fortunato il tuo fidanzato, prof., sei donna d’altri tempi, d’altri valori» o quando la fornaia sotto casa mi propone, scherzando, di metter su famiglia qui e di non lasciarli. Basta poco, basta che una bimba mi chieda: «E ora chi si prende cura di te in montagna? Posso chiamarti ogni sera quando torni da scuola perché mi manchi?». Basta poco per farmi sciogliere e capire quanto l’amore sia nascosto in ogni angolo. Perché, sì, l’amore dovrebbe essere una cosa semplicissima e, invece, è quanto di più misterioso e sorprendente ci sia. Scava solchi profondi nell’anima, ferite che il tempo stenta a guarire.

Tante volte ho desiderato vederti arrivare quassù, bussare alla mia porta e, senza tante parole, decidere di restare. Tante volte ho provato a raccontarmi che non potessi essere davvero così meschino da aver soltanto provato ad essere migliore al mio fianco per poi precipitare nuovamente negli inferi. Sono scesa nel mondo in cui ti sei rifugiato, ho deciso di vedere i volti che mi hanno sostituita, di vergognarmi per quando sia stata ingenua e cieca. E se il cuore mi dice che in quella bolgia non hai trovato nulla, perché dopo noi non può più bastarti, la ragione mi impone di credere che il mondo che hai scelto per cercare chi ti accompagnerà è identico alla tua anima.

Avevi due strade, una conosciuta, spianata, facile e l’altra nuova, impegnativa, in salita. Quella meno battuta ti ha fatto paura, l’hai imboccata ma non hai avuto il coraggio di percorrerla fino in fondo. Sei tornato sui tuoi passi, tra alti e bassi, tra chi non ha pretese, tra chi ti concede il corpo ma non l’anima. Credi sia libertà ma è solitudine. La chiami sicurezza ma è condanna. Sei sempre ad un passo dal lasciarti andare ma hai paura di saltare nel vuoto.  Non sai rischiare perché, in fondo, non sai amare.

Devo ripetermelo per non voltarmi più indietro, per seppellirti tra i ricordi, tra quegli attimi che non hai sporcato con le tue paure, tra l’amore che provavo e i fantasmi che ti divoravano. Devo ripetermelo perché l’amore è bastardo, si insinua tra la nostalgia e il bene, e sa è essere più forte della delusione, dell’orgoglio. Ma devo ripetermelo, devo tracciare un solco incolmabile tra noi. Devo ripetermi quanto siamo diversi, quanto assordanti siano i tuoi silenzi e quanto rumorose le mie parole, quanto fredda sia la tua assenza e quanto disperata la mia presenza. Devo ripetermi dov’eri e cosa facevi nei momenti più bui, come e con chi hai scelto di sopravvivere al dolore non affrontandolo, con quali volti leggeri, fugaci, spensierati hai sostituito i miei gesti e la mia presenza, anche quando meno la meritavi. Lo devo a me stessa.

Amélie è morta con noi. È stata la parte migliore di me, la dolcezza e il bene che non credevo di riuscire a provare, i sogni che non sapevo di coltivare, l’entusiasmo e il perdono che non sapevo di riuscire a concedere. Amélie è stata voglia di costruire, di fidarsi, di lasciarsi andare. È stata sentirsi in famiglia. È stata l’Amore che non credevo potesse essere così grande e cieco da andare oltre ogni evidenza, oltre ogni distanza. Amélie è stata la mia debolezza, un peccato di gioventù, un ricordo da chiudere per sempre in soffitta.

 

L’Amore è una condanna

Dovresti essere soltanto un ricordo sbiadito, la mia delusione più grande, l’errore da non voler ripetere. Dovresti essere lontano, assente, maledettamente altro da me. Dovrei odiarti. Dovrei non volerti rincontrare neppure tra cent’anni. Dovresti farmi pena. Dovrei provare tristezza. Dovrei sentire calpestata tutta la stima che avevo per te. Dovrei riuscire a guardarti con occhi disincantati, con lo sguardo di chi ormai conosce l’estrema crudeltà di cui sei capace. Dovrei provare rancore, rabbia, ma anche liberazione per aver frapposto tra te e me tanti chilometri. Dovrei voler ricominciare una nuova vita, strappando a morsi ogni attimo di felicità. Dovrei lasciarmi andare e vivere. E, invece … invece, sono ancora qui, sono esattamente dove ero un anno fa, con le stesse stupide certezze, con lo stesso maledetto cuore. E non c’è logica alcuna, non c’è ragione che giustifichi ciò che scalpita dentro di me.

L’amore è contraddizione. È una bestia nera che mi consuma e mi strugge. È il male che hai lasciato e il bene che continuo a provare. È chiudere gli occhi ogni santa notte e non desiderare altri che te lì con me. È volerti così tanto da sentire ancora le tue braccia strette a me. È maledirmi perché non puoi essere la mia più grande delusione e, al tempo stesso, il mio più grande amore.

L’amore è agonia, struggimento, condanna. È restare fermi mentre tutto corre velocemente. È chiedersi perché senza trovare mai risposta. Eppure, dovrebbe essere altro.

L’Amore era nei miei occhi felici, nei dubbi che mai avevo, nei giorni lontani da tutto. Era nei luoghi che riempivamo di noi. Era la montagna e il mare. Era la casa che sognavamo. Era nascosto nelle parole non dette per paura che un per sempre potesse diventare mai. Era ciò a cui non sapevo dare un nome per il timore che svanisse, come quando sei così felice che hai il terrore di urlarlo ai quattro venti perché qualcuno o qualcosa potrebbe spazzar tutto via in un attimo. L’Amore era ciò che avevo sempre desiderato ma mai osato sperare. Era credere in te più che in me stessa. Era volerti felice. Era addormentarmi al tuo fianco senza provare angoscia. Era affidarti la mia vita credendo che mai avresti potuto farmi del male.

Ed ora, invece, cos’è? È guardarti sbagliare da lontano, è farmi del male ogni giorno sperando che la delusione diventi sempre più forte da dire basta, da riuscire a mettere quel punto che il cuore non conosce. È vederti e non riconoscerti. È provare pena senza trovare la forza di andar via. È chiudere il cuore a chiunque provi ad avvicinarsi, a sfiorarmi soltanto. È non riuscire a mentire neppure a me stessa. È guardarmi allo specchio e leggere nei miei occhi quello che ho sempre saputo, quello che il tempo non allevia e il dolore non spegne. È vivere un’attesa senza fine, è condannarsi alla prepotenza di un sentimento che schiaccia i sogni  e calpesta i sorrisi. È rifiutarsi di credere che un altro noi sia possibile. È vedere il tempo scorrere inesorabile mentre il cuore resta fermo a un anno fa. È crescere, tagliare nuovi importanti traguardi e sentirsi perennemente incompleti senza quell’essenziale che dava senso a ogni sforzo e vita a ogni progetto. È realizzare che puoi diventare tutto ciò che desideri ma per essere davvero felice non basteranno mai i tuoi soli sforzi. Perché la felicità è una cosa seria. Perché l’Amore si vive in due. Ma tu non ci credi più.

Dimmi, quando hai smesso di vivere? Quando hai scelto di accontentarti? Chi sei davvero, quello che ho amato o quello che mi ha condannata? Forse ho versato su una tavolozza vuota dei colori che non erano i tuoi. Ho creduto di vedere in te l’Amore. E la condanna mia è che questo dannato cuore continua a vedere qualcosa che non c’è. Amavo le nostre vite così diverse, eppure capaci di incastrarsi perfettamente. Ma a te non è bastato. Te ne sei andato in un grigio novembre, senza tante parole, lasciando un vuoto che non so e non voglio colmare. Hai smesso di credere nei nostri occhi e nelle nostre emozioni. Non sai più reggere il mio sguardo. Ne hai paura. Ti trinceri dietro un non è una buona idea e intanto getti i tuoi giorni su mondi paralleli, preferendo una connessione virtuale a uno sguardo sincero. Lo schermo ti solleva dal peso di guardare negli occhi un’altra donna. La distanza non ti lega a un’altra vita. Sono convinta che neanche tu sai quel che cerchi lì. Sono così presuntuosa da sentire dentro di me che da allora non hai provato più nulla che ti rendesse felice e libero come quel noi. Ma non lo ammetterai mai. La mia condanna sarà la tua condanna.

Casa è il volto di chi ami

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Casa è dove lasci il cuore; è dove desideri ardentemente tornare quando hai bisogno di ritrovarti. Casa è l’abbraccio che ti consola, è il sorriso amico, è la mano tesa, è l’ascolto sperato. Casa è il volto delle persone che ami. È ciò che più ti manca quando sei lontana. È il tuo cantuccio, il posto in cui puoi gettare la corazza e sentirti finalmente libera. Casa è ciò che tenti di ricreare nell’angolo di mondo in cui la vita ti ha portata.

Qui in montagna ho scoperto che posso sentirmi un po’ a casa lasciandomi coccolare dalle anime che hanno incrociato i miei passi. E così non ci sono ruoli, schemi, formalità: qui sono e mi sento soltanto Amélie. Mi piace affollare le mie giornate di volti, sentieri, parole. Mi piace riempirmi gli occhi di verde, respirare a pieni polmoni, ascoltare i miei pensieri. Voglio vivermi questo tempo assaporandone ogni attimo, perché se sono finita proprio in questo spicchio di universo dovrà esserci un motivo.

Per ora credo che qui mia diano della prof. matta, una che al mattino se ne va a passeggiare per i sentieri e poi si unisce alla sua assistente per raccogliere le olive. Una che improvvisamente si sdraia a terra, sul verde dei campi, tra fiori selvatici e cicale, mentre con il naso all’insù e la testa persa tra le nubi ritrova l’incanto del silenzio.

L’ulivo tace, il vento non accarezza le sue foglie. Le voci della terra sono fioche, lievi, frante. Hanno la consistenza del vapore, sono respiro, fiato vitale. Echeggiano dolci preghiere sussurrate, antiche nenie cadenzate, struggenti lamenti soffocati. Incoraggiano i canti dei carrettieri, tengono il ritmo alla zappa, accompagnano lo strascico delle reti sotto le piante. La terra è grembo materno. È casa. E casa ha il volto di chi ami e di chi vorresti qui a condividere quest’angolo di paradiso.

L’amore che sopravvive

– Mi manca tanto, mi mancano persino i suoi difetti, soprattutto i suoi difetti.

La voce dall’altro capo della cornetta trema e io mi commuovo dinanzi a quella viscerale dichiarazione d’amore. Dopo una vita che hanno trascorso insieme, le mancano i suoi difetti. È facile innamorarsi dei pregi di un uomo, ma per restargli accanto devi amare le sue imperfezioni, le cose di lui che ti fanno arrabbiare, quei difetti che lo rendono insopportabile, anche se poi non riesci proprio a smettere di sopportarlo e di amarlo, neppure quando tra voi si frappone la morte. Ascolto la sua voce, i suoi racconti, la vita senza di lui e mi accorgo di quanto possa essere grande e profondo un amore capace di unire due vite così a lungo, nutrendosi dei nonostante tutto. E così capita che, mentre sorseggi un caffè, passeggi distratta per strada o scorgi una lacrima sul tuo volto riflesso allo specchio, il ricordo di lui si insinua tra i pensieri e non va via. Spunta il suo broncio, riecheggia il tono alto di voce, risuonano i baci che ancora vi scambiavate, i suoi discorsi catastrofici, le tue urla per i suoi pasticci, i tuoi piccoli segreti, la sua gelosia.

– Ho amato la sua onestà e la sua gentilezza.

Ti ha conquistata con la sua purezza, con quel candore d’altri tempi, incapace di arrecare dolore. In fondo, siamo attratti da ciò che vorremmo essere. Cerchiamo nell’altro quel che ci manca,  l’ago che ristabilisca l’equilibrio, l’incastro perfetto. Lui era l’inizio e la fine dei tuoi giorni, l’alba e la notte, l’estate e l’inverno, la passione e la saggezza. Nelle sue paure dovevi sentirti forte. Nella sua onestà sei stata donna amata e venerata.

Lo amavo ancora e lo amo ancora, mi dici ed io ti credo, perché l’amore vero è fatto di quotidianità, di respiri, profumi, bisticci. È ricordargli di prendere le medicine all’ora giusta, è andare insieme dal medico, è aspettare i verdetti già conoscendoli ma invocando un miracolo. È pregare come mai prima di oggi. È invocarlo nei sogni, baciarlo su una foto, è parlare ancora con lui come se fosse lì accanto a te. L’amore è passione che brucia, affetto che resta. È tormento, bufera, ma anche àncora di salvezza, porto in cui attraccare, mare di casa. È perdersi nei suoi occhi, è mordersi le labbra per non farlo dispiacere, è vederlo bello anche con le rughe e i capelli bianchi. È passare una vita a rimproverarlo per le sue dimenticanze, per le camicie sgualcite, per la terra sotto le scarpe seminata in ogni angolo di casa e poi scoprirsi a desiderare disperatamente di vedere ancora il pavimento cosparso di terra, per seguire le sue orme e sentirlo ancora tra quelle mura con te.

L’amore che sopravvive è una spina nel fianco, è sale su una ferita aperta, è una zanzara che ti ronza nell’orecchio senza trovare pace, t’azzanna e ti dissangua, ti tormenta e di sfibra. È un nodo alla gola e uno ancora più stretto al petto. È odio, rabbia, disperazione per essere rimasta sola. È una salita che toglie il respiro, è lo spago dell’aquilone che resta stretto alla mano mentre il sogno svanisce. È il profumo pungente del crisantemo che soffoca la dolcezza della rosa. È l’ultimo tempo della vita che ha smarrito la sua rotta. È un sentirsi a metà, imperfetti e vulnerabili. È voler rivederlo, abbracciarlo, baciarlo, toccarlo, stringerlo, trattenerlo. È l’amore più vero, quello più forte del finché morte non ci separi. È l’Amore. Quello che senti dentro e non puoi spiegare, quello che ti tiene sveglia la notte, che va oltre le distanze, le assenze, la morte.

– Mi capisci? Vorrei un amore così anche per te.

Sì, ti capisco, con ogni fibra del mio corpo, ora come mai. Ti capisco e ti sento vicina.

Ma come siamo finite a parlare d’amore io e te? Troppe generazioni si frappongono tra noi. Le convenzioni vorrebbero che non ci sentissimo. Eppure, mi sciolgo quando mi dici che mi vuoi bene e che desideravi sentire la mia voce. Somigli alla nonna che avrei voluto avere. Non sento più il peso dei miei ventotto anni, di quello che ero e che sono. Mi sento bambina tra le tue parole. Riesco ad aprirti il mio cuore e a confidarti cose che non sono riuscita a dire a nessuno. È strano, incomprensibile. È un legame nato tra le piaghe del dolore. Ti dico che forse è sbagliato amare così e tu, con una dolcezza ferma e disarmante, con la saggezza di chi ha vissuto sulla propria pelle le cadute e le risalite, mi dici che nulla è mai sbagliato quando si ama. Ti sento donna, fatta di carne e amore, e di quegl’anni in più che ti rendono chiare le cose oscure.