Che cos’è l’amore?

love

Cielo limpido, soffitto di stelle, cena sul lago con vista sul monte innevato. Seduta a un tavolo, vedo riflesso il mio volto nella lunga vetrata che dà sull’esterno. Vado oltre le parole vuote, i suoni stridenti, le risate grossolane. Mi astraggo. Mi perdo in quel riflesso.

Che cos’è l’amore?

Persa in un ricordo, provo anch’io a rispondere, nei miei silenzi.

È l’odore buono della tua pelle chiara e il sapore dolce delle tue labbra rosse. È la geografia del tuo corpo, la mappa dei tuoi nei lungo la schiena, il tuo sguardo sgombro da nubi mentre fissi il mare e con una mano ti sorreggi il capo. Sono le nostre fronti poggiate l’una accanto all’altra. È la tua mano nella mia mentre passeggiamo.

È l’aroma del caffè preparato da te. È il mio guardarti basita mentre poi non riesci più svitare la caffetteria dopo averla stretta forte forte. È il tuo sorriso mentre scarti l’ennesimo libro di fotografia con l’entusiasmo del primo regalo.  È il mio scombussolarti la tabella del rientro dalle vacanze, per guadagnare ancora qualche momento insieme. È il tuo occhio lucido mentre leggi le mie parole su carta, quelle che non riesco a sussurrarti all’orecchio. È il tuo rincorrere le parole per costringerle a stare su un bigliettino senza arrossire. È la tua mano sul mio ginocchio mentre guidi. È la mia mano mentre ti accarezzo i capelli per ore. È guardarsi negli occhi e, senza dir nulla, scegliere la montagna come meta.

È un nostro abbraccio, un nostro silenzio, un nostro rimpianto.

È un tempo presente per un passato lontano. È una crepa nel cuore. È sentirti ancora parte di me. È  amarti nonostante tutto. È lasciarti libero di essere felice.

Ai tuoi occhi da bambino

«Cara maestra Amélie anche oggi ti voglio bene. Io ti voglio sempre bene. Sei molto carina e molto curiosa».

Mi tiri per la maglia mentre faccio lezione alla tua mamma e, col tuo sorriso senza denti, mi inviti a voltarmi per leggere la dedica che anche oggi, con occhi vispi e mano tremante, hai dipinto su una lavagna cupa. Mi stupisci ogni volta. Mi imbarazzi, strappandomi un sorriso. Non sono abituata alle sorprese; i tuoi gesti così inaspettati colorano i miei giorni qui. Tra le mie carte, primeggiano i disegni che mi doni: vasi pieni di fiori, prati verdi e aquiloni,  alberi che somigliano a grandi gelati al pistacchio. Scuoto la testa e sorrido. Mi spiazzi ogni volta. Stai seduto in un angolino, lasci la tua mamma studiare, mentre pasticci con fogli e colori che stranamente finiscono sempre nella mia cartellina. I tuoi doni emanano vivacità, spensieratezza, gioia di vivere, leggerezza, tutte cose che non credo mi appartengano, eppure tu le dipingi nelle ore che passi qui con me. Mi piace pensare che forse, dietro questa scorza dura, oltre questo velo di malinconia, tu riesca a vedere qualcosa che sfugge persino a me. Mi  ricordi che posso essere anche altro. Ed io l’unica cosa che so fare è darti un bacio forte e augurarti di non perdere mai questa dolcezza.

Ti guardo e mi chiedo perché siate così tremendamente adorabili da piccoli e maledettamente pesti da grandi. Dove finirà un giorno la tua spensieratezza? Sarai capace di preservare il candore del tuo cuore? Sarai in grado di far vibrare anche da grande il cuore di una donna? Vorrei che la vita ti rendesse uomo senza soffocare il bambino che è in te. So che puoi farcela. So che, se vorrai, potrai non perdere mai quegli occhi vispi e sorridenti.

F., insegnami a rinnamorarmi degli uomini. Insegnami a credere ancora nell’amore. Aiutami a ritrovare il mio cuore di bambina  e i miei sogni perduti. Indicami la strada per Itaca. Dimmi che, un giorno, non avrò più voglia di fuggire.

Cara Amélie trentanovenne

Cara Amélie trentanovenne,

se starai leggendo questa lettera, vorrà dire che sarai ancora viva, in chissà quale angolo del mondo. A scriverti è la Amélie da poco ventinovenne, reduce da un brutto spavento, che le ha confermato tre cose importanti: avete la pellaccia dura, qualche buona stella lassù e qualche angelo sconosciuto in terra. Se sarai sopravvissuta a questi dieci anni che ci separano, spero che ogni volta che sentirai franare il terreno sotto i piedi, ogni volta che il tuo cuore sarà velato dalla tristezza e penserai che non c’è più speranza, ti ricorderai delle volte in cui la vita ti ha sorpreso, mettendo sulla tua strada volti sconosciuti pronti a tenderti una mano nei momenti peggiori. Amélie, nessuno si salva da solo, neppure tu. Chissà se a trentanove anni lo avrai finalmente accettato.

Cara Amélie trentanovenne, faccio davvero fatica a immaginarti, ma ciò non mi fa paura. È come se dovessi scrivere ancora le pagine migliori, perché tutte le domande che mi pongo, quando ti penso, gravitano attorno al cuore. Ti immagino sempre fiera del tuo lavoro, ancora in grado di commuoverti tra i banchi di scuola, mai capace di stare seduta dietro alla cattedra, sempre in piedi, un po’ in bilico, un po’ girovaga, a dispensare sorrisi, incoraggiamenti, pacche sulle spalle. Non sarà facile, chissà quante diffidenze avrai dovuto abbattere, soprattutto col tuo volto da bambina, ma mi piace credere che avrai incontrato ancora, chissà quante volte, assistenti che ti chiedono come mai dalle tue classi si sentano librare nell’aria risate mentre si studia, generando soporifere invidie. Ti immagino sempre più sicura di te tra quelle quattro mura, capace di lasciare dietro quella porta il mondo intero e i suoi travagli. Sappi che l’Amélie ventinovenne non avrebbe mai neppure lontanamente immaginato di cominciare quest’avventura nel tempo in cui ti scrive. Stentava a credere che i sogni potessero realizzarsi. Tra fughe di cervelli, proposte allettanti all’estero, si era detta “se non ora, mai più” e la vita ha scelto per lei. Perché la vita fa così, stravolge i tuoi piani, ti confonde le idee, ti spintona e ti bistratta, ma poi sa essere immensamente straordinaria, sorprendente, generosa. Mi ha donato il lavoro per cui avevo sempre lottato proprio quando la mia vita stava naufragando. No, Amélie, dieci anni prima non l’avrei mai detto. Dieci anni prima affrontavo il mio ultimo anno di liceo, discutevo con un padre che mi voleva medico o chimico, mentre io sognavo di invecchiare tra i banchi di scuola, tra occhi capaci di stupirsi ancora in uno degli ultimi avamposti di bellezza. In dieci anni, lo studio e il lavoro sono state le mie uniche certezze, la strada da percorrere con passione e dedizione. Ho creduto fortemente nei semi che gettavo, anche quando tutti mi dicevano che quella strada mi avrebbe reso infelice, precaria, disperata. I miei occhi, invece, vedevano altro e mi piace credere che la vita abbia deciso di salvarmi, facendomi aggrappare all’unica cosa che spero non mi tradisca, l’amore per il lavoro che ho scelto e amato da sempre.

Tutto il resto, invece, è stato un giro sulle montagne russe, una scommessa persa, una tormenta capace di spazzare via ogni speranza. Scelte sbagliate, cadute e risalite, una lotta continua tra rabbia e bisogno d’affetto, incapacità di perdonare e senso di colpa, fragilità e determinazione. Quando al cuore ho affiancato la ragione ho intravisto l’orizzonte, ma quando il cuore ha preso il sopravvento mi sono ritrovata sempre naufraga, lontana dalla mia Itaca. Oggi non saprei più dirti che volto ha Itaca, non saprei neppure chiudere gli occhi per immaginarla. I contorni si confondo con i ricordi, ma svaporano sotto il peso della pioggia. Così quando penso a te, Amélie del domani, non posso far altro che pormi domande. Chissà se sarai ancora carne e ossa, polvere tra l’etere o cenere sotto un tumolo di terra fredda. Chissà se avrai sciolto i nodi del tuo cuore o te ne starai andando ancora in giro con le tue zavorre. Chissà se avrai imparato a fidarti nuovamente d’un paio d’occhi e di qualche parola gettata al vento o avrai capito che forse non potrai mai affidarti completamente a qualcuno se non a te stessa. Chissà se avrai varcato la soglia di una chiesetta di campagna, immersa nel verde, per legare la tua vita all’Amore o se avrai, invece, smesso per sempre di credere che l’incastro perfetto di due imperfezioni esista davvero. Chissà se ti sarà cresciuto il pancione per una nuova vita o per l’ennesima dieta andata male. Chissà se ti sarai emozionata sentendo scalciare dentro di te l’amore più grande che potrai mai provare o se avrai pianto lacrime di gioia scegliendo di prendere in affido un bimbo. O chissà se la vita ti avrà così imbruttito il cuore da decidere di viaggiare sola. E chissà se il mio piano di risparmio ti abbia permesso di comprare quella casetta indipendente che tanto desidero e di riempirla dei miei (nostri) colori, profumi, libri. Chissà se la sera ti addormenterai ancora sola o litigherai con qualcuno per guadagnare qualche centimetro in più di coperta. Chissà che colore avranno gli occhi di chi sarà al centro dei tuoi pensieri.

Cara Amélie, non so proprio immaginarti, ma spero che avrai sempre al tuo fianco i tuoi genitori, guida insostituibile, punto fermo dei giorni più incerti. Spero che avrai viaggiato tantissimo e che ti sarai lasciata contaminare dalla bellezza ovunque sarai stata capace di scovarla. Vorrei che le tue paure avessero smesso di adombrati il cuore e che il sorriso tu possa averlo a trecentosessanta gradi e non più, timoroso, a fior di labbra.

Cara trentanovenne, chissà se mai leggerai queste righe e a quante di queste domande potrai rispondere. Non ho fretta di inseguirti, non ho paura di cercare le risposte. Mi piace immaginarmi, e forse anche un po’ immaginarti, in divenire, come se la vita potesse ancora sorprenderci.

Ovunque sarai, spero tu stia vivendo la vita che hai sempre voluto.

Tua A.

 

L’ultima lettera

Ci si innamora per caso, distrattamente, agli angoli di strada, sui bordi tremuli della vita, tra nuova luce che penetra tra le crepe e  vecchie ombre del passato. Ci si innamora di due occhi profondi, di un sorriso a fior di labbra, di un profumo di buono. Ci si innamora cercando nell’altro l’anello mancante, l’incastro perfetto. Accade all’improvviso, senza chiedersi perché, mai per scelta. L’amore viene dopo. È scegliersi, sporcarsi e sudare. È costruire, demolire e ricostruire. È resistere e restare. È crescere. Ma è anche errare: vagabondare e sbagliare. È ferirsi e riferirsi, fino a farsi male, fino a non riuscire a smettere.

Amarti è stato tutto questo e tanto altro. È stato confrontarsi con paure, debolezze, fragilità. È stato conoscere la felicità e la disperazione, la presenza costante e l’assenza assordante, la delusione bruciante, l’attesa disattesa. È stato concepire, per la prima volta, sogni grandiosi, vederli sbocciare, crescere, maturare, ma anche affievolirsi, appassire, morire.

Se amarti è stato semplicissimo, dimenticarti è stata una tortura, una spina nel fianco, un compito malriuscito. Eppure, persino nella delusione più cocente sento di aver imparato qualcosa. Ho capito chi sono, cosa sono in grado di provare e, soprattutto, cosa non potrò mai essere. Ho smesso di esserci quando ho capito che non si può inseguire chi sceglie di andarsene. Ho smesso di amarti quando non ti ho più riconosciuto, quando ho capito di dover distinguere l’uomo che eri dall’uomo che amavo.

Ti ho guardato come si guarda la persona con cui vuoi vivere, crescere e invecchiare. T’ho guardato con occhi troppo pieni d’amore, così offuscati da non accorgermi che stringevo tra le mani un sogno solo mio, non rendendomi conto di essere distante da ciò che avevi sempre avuto. Non c’entravo col tuo mondo, fatto di scadenze, paure, fugacità. Tu ti accontenti della superficie, io scavo gli abissi. Tu scegli il silenzio, io vivo di parole. Tu sei leggerezza, disimpegno, fuga; io, peso, zavorra, radici. Sono tutto ciò che più ti fa paura. Sono il tuo incubo peggiore, lo specchio in cui vedi riflesse le tue angosce, la tua viltà. Metto a nudo quei pensieri che respingi in fondo all’anima. Risveglio la tua paura di fallire. Mi hai macchiata di colpe altrui perché non sai più riconoscere e trattenere qualcosa di bello, pulito, onesto. E l’ho capito tardi.

Sono stata una parentesi che nulla c’entra con il tuo mondo, fatto di miserie, tradimenti, egoismi, infedeltà. Non potevi credere che fossi diversa, non riuscivi a fidarti davvero, non riuscivi ad ammettere che fossi esattamente così com’ero. Dovevi raccontarti che anch’io avessi segreti, peccati, omissioni, che anch’io come le altre apparissi in un modo per poi essere altro. Non potevi lasciarti andare. Dovevi dirti che neppure questa volta sarebbe giunto il momento di crescere. Eppure, avrò mille difetti, imperfezioni, insicurezze ma d’una cosa sono sempre stata certa, non ho bisogno di mentire, non ho paura della vita, non so stare all’ombra, sono ciò che sento. Sbaglio, cado, mi rialzo. Non sono perfetta, non voglio esserlo. Voglio vivere i giorni che mi restano senza ombre sul cuore, senza occhi velati dalla tristezza, senza sorrisi spenti. E per farlo ho bisogno di ammettere che ho sbagliato quando ho scelto d’amarti, di restarti accanto, di aspettarti. Ho dovuto mescolarmi col tuo mondo per accettarlo. Ho dovuto scoprire con chi mi hai sostituita per accettare quanto i miei occhi fossero stati ingannevoli, quanto fosse stato cieco e sordo il mio cuore. Perché quando ami follemente, senza barriere, senza freni, senza pregiudizi, diventi vulnerabile. Ti esponi, rischi. L’amore è una sfida ed io ho perso. Mi sono lasciata travolgere, ho anteposto il cuore alla ragione, ho investito tempo, emozioni, sogni, speranze. Ho creduto in una bolla di sapone perché non ne avevo mai vista una così grande, fragile ma tanto, tanto, bella. Non chiedermi se sono pentita, perché, se potessi tornare indietro, inciamperei nuovamente in ogni attimo, crederei ancora al mio cuore, ai battiti, ai sospiri, alla parte migliore di me. Ripeterei gli stessi errori, pur certa di farmi ancora male, perché chi è schiavo delle proprie paure non va avanti. E tu sei rimasto esattamente dov’eri e dove forse sei sempre stato.

Quando ripenso all’ultimo anno, vedo una donna sola ma forte, una donna che, con la morte nel cuore, ha seppellito un sogno, si è aggrappata a quel poco che aveva e ha provato a ricostruire il suo presente, abbandonando ogni certezza, ogni punto di riferimento. Andare a vivere da sola non era nei progetti, una casa l’avevo sempre immaginata abitata da amore, ma la vita ha scelto per me. Eppure, è stato solo così che ho capito che, se qualcosa si vuole davvero, si afferra, si realizza, accade, con poco o con molto non conta. In pochi giorni, senza sceglierlo, mi sono trovata a dover cercare, riempire e abitare da sola una casa in un paesino remoto e so che, per qualche ragione, anche questo mi sta aiutando a conoscermi meglio, a capire chi sono e cosa posso essere. Sono sola, è vero, ma non soffro la solitudine. Amo la mia libertà, gli impegni che scandiscono il tempo quassù, il verde che riempie i miei occhi ogni mattina, il vento che soffia forte e spazza via i brutti pensieri. Provo nostalgia quando con la corriera ripercorro paesini che abbiamo visto insieme. Nei miei occhi i ricordi sono ancora troppo vivi. E basta poco per velarli di malinconia quando Joseph mi saluta con il baciamano e una carezza sul volto, ripetendomi: «Fortunato il tuo fidanzato, prof., sei donna d’altri tempi, d’altri valori» o quando la fornaia sotto casa mi propone, scherzando, di metter su famiglia qui e di non lasciarli. Basta poco, basta che una bimba mi chieda: «E ora chi si prende cura di te in montagna? Posso chiamarti ogni sera quando torni da scuola perché mi manchi?». Basta poco per farmi sciogliere e capire quanto l’amore sia nascosto in ogni angolo. Perché, sì, l’amore dovrebbe essere una cosa semplicissima e, invece, è quanto di più misterioso e sorprendente ci sia. Scava solchi profondi nell’anima, ferite che il tempo stenta a guarire.

Tante volte ho desiderato vederti arrivare quassù, bussare alla mia porta e, senza tante parole, decidere di restare. Tante volte ho provato a raccontarmi che non potessi essere davvero così meschino da aver soltanto provato ad essere migliore al mio fianco per poi precipitare nuovamente negli inferi. Sono scesa nel mondo in cui ti sei rifugiato, ho deciso di vedere i volti che mi hanno sostituita, di vergognarmi per quando sia stata ingenua e cieca. E se il cuore mi dice che in quella bolgia non hai trovato nulla, perché dopo noi non può più bastarti, la ragione mi impone di credere che il mondo che hai scelto per cercare chi ti accompagnerà è identico alla tua anima.

Avevi due strade, una conosciuta, spianata, facile e l’altra nuova, impegnativa, in salita. Quella meno battuta ti ha fatto paura, l’hai imboccata ma non hai avuto il coraggio di percorrerla fino in fondo. Sei tornato sui tuoi passi, tra alti e bassi, tra chi non ha pretese, tra chi ti concede il corpo ma non l’anima. Credi sia libertà ma è solitudine. La chiami sicurezza ma è condanna. Sei sempre ad un passo dal lasciarti andare ma hai paura di saltare nel vuoto.  Non sai rischiare perché, in fondo, non sai amare.

Devo ripetermelo per non voltarmi più indietro, per seppellirti tra i ricordi, tra quegli attimi che non hai sporcato con le tue paure, tra l’amore che provavo e i fantasmi che ti divoravano. Devo ripetermelo perché l’amore è bastardo, si insinua tra la nostalgia e il bene, e sa è essere più forte della delusione, dell’orgoglio. Ma devo ripetermelo, devo tracciare un solco incolmabile tra noi. Devo ripetermi quanto siamo diversi, quanto assordanti siano i tuoi silenzi e quanto rumorose le mie parole, quanto fredda sia la tua assenza e quanto disperata la mia presenza. Devo ripetermi dov’eri e cosa facevi nei momenti più bui, come e con chi hai scelto di sopravvivere al dolore non affrontandolo, con quali volti leggeri, fugaci, spensierati hai sostituito i miei gesti e la mia presenza, anche quando meno la meritavi. Lo devo a me stessa.

Amélie è morta con noi. È stata la parte migliore di me, la dolcezza e il bene che non credevo di riuscire a provare, i sogni che non sapevo di coltivare, l’entusiasmo e il perdono che non sapevo di riuscire a concedere. Amélie è stata voglia di costruire, di fidarsi, di lasciarsi andare. È stata sentirsi in famiglia. È stata l’Amore che non credevo potesse essere così grande e cieco da andare oltre ogni evidenza, oltre ogni distanza. Amélie è stata la mia debolezza, un peccato di gioventù, un ricordo da chiudere per sempre in soffitta.

 

L’Amore è una condanna

Dovresti essere soltanto un ricordo sbiadito, la mia delusione più grande, l’errore da non voler ripetere. Dovresti essere lontano, assente, maledettamente altro da me. Dovrei odiarti. Dovrei non volerti rincontrare neppure tra cent’anni. Dovresti farmi pena. Dovrei provare tristezza. Dovrei sentire calpestata tutta la stima che avevo per te. Dovrei riuscire a guardarti con occhi disincantati, con lo sguardo di chi ormai conosce l’estrema crudeltà di cui sei capace. Dovrei provare rancore, rabbia, ma anche liberazione per aver frapposto tra te e me tanti chilometri. Dovrei voler ricominciare una nuova vita, strappando a morsi ogni attimo di felicità. Dovrei lasciarmi andare e vivere. E, invece … invece, sono ancora qui, sono esattamente dove ero un anno fa, con le stesse stupide certezze, con lo stesso maledetto cuore. E non c’è logica alcuna, non c’è ragione che giustifichi ciò che scalpita dentro di me.

L’amore è contraddizione. È una bestia nera che mi consuma e mi strugge. È il male che hai lasciato e il bene che continuo a provare. È chiudere gli occhi ogni santa notte e non desiderare altri che te lì con me. È volerti così tanto da sentire ancora le tue braccia strette a me. È maledirmi perché non puoi essere la mia più grande delusione e, al tempo stesso, il mio più grande amore.

L’amore è agonia, struggimento, condanna. È restare fermi mentre tutto corre velocemente. È chiedersi perché senza trovare mai risposta. Eppure, dovrebbe essere altro.

L’Amore era nei miei occhi felici, nei dubbi che mai avevo, nei giorni lontani da tutto. Era nei luoghi che riempivamo di noi. Era la montagna e il mare. Era la casa che sognavamo. Era nascosto nelle parole non dette per paura che un per sempre potesse diventare mai. Era ciò a cui non sapevo dare un nome per il timore che svanisse, come quando sei così felice che hai il terrore di urlarlo ai quattro venti perché qualcuno o qualcosa potrebbe spazzar tutto via in un attimo. L’Amore era ciò che avevo sempre desiderato ma mai osato sperare. Era credere in te più che in me stessa. Era volerti felice. Era addormentarmi al tuo fianco senza provare angoscia. Era affidarti la mia vita credendo che mai avresti potuto farmi del male.

Ed ora, invece, cos’è? È guardarti sbagliare da lontano, è farmi del male ogni giorno sperando che la delusione diventi sempre più forte da dire basta, da riuscire a mettere quel punto che il cuore non conosce. È vederti e non riconoscerti. È provare pena senza trovare la forza di andar via. È chiudere il cuore a chiunque provi ad avvicinarsi, a sfiorarmi soltanto. È non riuscire a mentire neppure a me stessa. È guardarmi allo specchio e leggere nei miei occhi quello che ho sempre saputo, quello che il tempo non allevia e il dolore non spegne. È vivere un’attesa senza fine, è condannarsi alla prepotenza di un sentimento che schiaccia i sogni  e calpesta i sorrisi. È rifiutarsi di credere che un altro noi sia possibile. È vedere il tempo scorrere inesorabile mentre il cuore resta fermo a un anno fa. È crescere, tagliare nuovi importanti traguardi e sentirsi perennemente incompleti senza quell’essenziale che dava senso a ogni sforzo e vita a ogni progetto. È realizzare che puoi diventare tutto ciò che desideri ma per essere davvero felice non basteranno mai i tuoi soli sforzi. Perché la felicità è una cosa seria. Perché l’Amore si vive in due. Ma tu non ci credi più.

Dimmi, quando hai smesso di vivere? Quando hai scelto di accontentarti? Chi sei davvero, quello che ho amato o quello che mi ha condannata? Forse ho versato su una tavolozza vuota dei colori che non erano i tuoi. Ho creduto di vedere in te l’Amore. E la condanna mia è che questo dannato cuore continua a vedere qualcosa che non c’è. Amavo le nostre vite così diverse, eppure capaci di incastrarsi perfettamente. Ma a te non è bastato. Te ne sei andato in un grigio novembre, senza tante parole, lasciando un vuoto che non so e non voglio colmare. Hai smesso di credere nei nostri occhi e nelle nostre emozioni. Non sai più reggere il mio sguardo. Ne hai paura. Ti trinceri dietro un non è una buona idea e intanto getti i tuoi giorni su mondi paralleli, preferendo una connessione virtuale a uno sguardo sincero. Lo schermo ti solleva dal peso di guardare negli occhi un’altra donna. La distanza non ti lega a un’altra vita. Sono convinta che neanche tu sai quel che cerchi lì. Sono così presuntuosa da sentire dentro di me che da allora non hai provato più nulla che ti rendesse felice e libero come quel noi. Ma non lo ammetterai mai. La mia condanna sarà la tua condanna.

L’amore che sopravvive

– Mi manca tanto, mi mancano persino i suoi difetti, soprattutto i suoi difetti.

La voce dall’altro capo della cornetta trema e io mi commuovo dinanzi a quella viscerale dichiarazione d’amore. Dopo una vita che hanno trascorso insieme, le mancano i suoi difetti. È facile innamorarsi dei pregi di un uomo, ma per restargli accanto devi amare le sue imperfezioni, le cose di lui che ti fanno arrabbiare, quei difetti che lo rendono insopportabile, anche se poi non riesci proprio a smettere di sopportarlo e di amarlo, neppure quando tra voi si frappone la morte. Ascolto la sua voce, i suoi racconti, la vita senza di lui e mi accorgo di quanto possa essere grande e profondo un amore capace di unire due vite così a lungo, nutrendosi dei nonostante tutto. E così capita che, mentre sorseggi un caffè, passeggi distratta per strada o scorgi una lacrima sul tuo volto riflesso allo specchio, il ricordo di lui si insinua tra i pensieri e non va via. Spunta il suo broncio, riecheggia il tono alto di voce, risuonano i baci che ancora vi scambiavate, i suoi discorsi catastrofici, le tue urla per i suoi pasticci, i tuoi piccoli segreti, la sua gelosia.

– Ho amato la sua onestà e la sua gentilezza.

Ti ha conquistata con la sua purezza, con quel candore d’altri tempi, incapace di arrecare dolore. In fondo, siamo attratti da ciò che vorremmo essere. Cerchiamo nell’altro quel che ci manca,  l’ago che ristabilisca l’equilibrio, l’incastro perfetto. Lui era l’inizio e la fine dei tuoi giorni, l’alba e la notte, l’estate e l’inverno, la passione e la saggezza. Nelle sue paure dovevi sentirti forte. Nella sua onestà sei stata donna amata e venerata.

Lo amavo ancora e lo amo ancora, mi dici ed io ti credo, perché l’amore vero è fatto di quotidianità, di respiri, profumi, bisticci. È ricordargli di prendere le medicine all’ora giusta, è andare insieme dal medico, è aspettare i verdetti già conoscendoli ma invocando un miracolo. È pregare come mai prima di oggi. È invocarlo nei sogni, baciarlo su una foto, è parlare ancora con lui come se fosse lì accanto a te. L’amore è passione che brucia, affetto che resta. È tormento, bufera, ma anche àncora di salvezza, porto in cui attraccare, mare di casa. È perdersi nei suoi occhi, è mordersi le labbra per non farlo dispiacere, è vederlo bello anche con le rughe e i capelli bianchi. È passare una vita a rimproverarlo per le sue dimenticanze, per le camicie sgualcite, per la terra sotto le scarpe seminata in ogni angolo di casa e poi scoprirsi a desiderare disperatamente di vedere ancora il pavimento cosparso di terra, per seguire le sue orme e sentirlo ancora tra quelle mura con te.

L’amore che sopravvive è una spina nel fianco, è sale su una ferita aperta, è una zanzara che ti ronza nell’orecchio senza trovare pace, t’azzanna e ti dissangua, ti tormenta e di sfibra. È un nodo alla gola e uno ancora più stretto al petto. È odio, rabbia, disperazione per essere rimasta sola. È una salita che toglie il respiro, è lo spago dell’aquilone che resta stretto alla mano mentre il sogno svanisce. È il profumo pungente del crisantemo che soffoca la dolcezza della rosa. È l’ultimo tempo della vita che ha smarrito la sua rotta. È un sentirsi a metà, imperfetti e vulnerabili. È voler rivederlo, abbracciarlo, baciarlo, toccarlo, stringerlo, trattenerlo. È l’amore più vero, quello più forte del finché morte non ci separi. È l’Amore. Quello che senti dentro e non puoi spiegare, quello che ti tiene sveglia la notte, che va oltre le distanze, le assenze, la morte.

– Mi capisci? Vorrei un amore così anche per te.

Sì, ti capisco, con ogni fibra del mio corpo, ora come mai. Ti capisco e ti sento vicina.

Ma come siamo finite a parlare d’amore io e te? Troppe generazioni si frappongono tra noi. Le convenzioni vorrebbero che non ci sentissimo. Eppure, mi sciolgo quando mi dici che mi vuoi bene e che desideravi sentire la mia voce. Somigli alla nonna che avrei voluto avere. Non sento più il peso dei miei ventotto anni, di quello che ero e che sono. Mi sento bambina tra le tue parole. Riesco ad aprirti il mio cuore e a confidarti cose che non sono riuscita a dire a nessuno. È strano, incomprensibile. È un legame nato tra le piaghe del dolore. Ti dico che forse è sbagliato amare così e tu, con una dolcezza ferma e disarmante, con la saggezza di chi ha vissuto sulla propria pelle le cadute e le risalite, mi dici che nulla è mai sbagliato quando si ama. Ti sento donna, fatta di carne e amore, e di quegl’anni in più che ti rendono chiare le cose oscure.

Quanto dura un anno?

L’uomo canuto, dal volto dolce e dal parlar gentile, si è spento in questi giorni lasciando una ferita aperta nel cuore di Amélie. È un dolore strano per un legame che non ha nome. È sentire che l’umanità ha perso un’anima buona, un uomo d’altri tempi, d’una gentilezza rara e di un rispetto quasi cavalleresco. Ha chiuso gli occhi con un sorriso a fior di labbra stampato sul volto, traguardo di una pace e di una serenità tanto agognata. Forse, per qualche strana ragione, è persino giusto che abbia smesso di soffrire, che non abbia conosciuto l’accanimento terapeutico, che abbia scelto quasi seraficamente di attendere il secondo tempo di questo viaggio. Tornano alla mente tanti ricordi, soprattutto degli ultimi tempi, quando tra loro non c’era più alcun legame formale ma solo profondo e sincero affetto, quello che non muta neppure con le distanze imposte dalla vita.

Troppe cose sono cambiate in questi mesi. Troppe volte Amélie ha dovuto ricominciare da capo. Ho la sensazione che sia in balia degli eventi e che la vita stia scegliendo per lei. Nell’istante stesso in cui ha smesso di essere felice, aggrappandosi al lavoro e allo studio per sopravvivere e mettere a tacere i pensieri, la vita ha cominciato a gettare ai suoi piedi tanti sassolini. Percorrendoli, Amélie oggi si trova ad essere una prof. neoimmessa in ruolo in un paesino di montagna dimenticato da Dio. Perché la vita l’ha portata proprio lassù? Si sforza di trovare un senso in questa nuova avventura da costruire, per l’ennesima volta da capo, ma non lo trova. E la solitudine è tanta, troppa. Lei che ama insegnare, che vive degli occhi che la guardano e la interrogano, si trova sola, senza ancora colleghi né studenti a far accoglienza ad adulti che vorrebbero iscriversi ai corsi serali. Non era così che immaginava il ruolo. È stato un duro colpo. Cerca di farsi forza sperando che a breve le cose cambino, fissa la porta dell’aula sperando che un giorno qualcuno varchi la soglia, ancor più avrebbe bisogno di un abbraccio lassù per trovare del bello anche in quest’esperienza.

In pochi mesi troppe cose sono cambiate, troppo dolore ha segnato il cuore di Amélie, troppi ricordi sono ancora vivi. Cerca di farsi forza, di sdrammatizzare, di pensare che un anno passerà in fretta e che un senso dovrà esserci se è finita proprio in quel posto. Ma quanto dura un anno? Troppo. Un anno dura quanto un sogno che si spezza, una vita che vola via, un lavoro tanto amato che si concretizza e porta lacrime invece che gioia. Un anno dura tanto, troppo. Dura il tempo di capire che il volto che ami non può essere sostituito neppure dall’uomo migliore del mondo. Dura quanto la mancanza ancora forte che Amélie prova, quanto l’amore che ancora brucia, quanto l’affetto che non muta.

Intermittenze del cuore

Guardo il mio volto riflesso allo specchio e quasi non mi riconosco. Non c’è luce nello sguardo. Risulta smarrito persino il sorriso a fior di labbra. Mi sento come uno di quei personaggi pirandelliani che un giorno hanno un’epifania, un istante solo che cambia per sempre il loro destino. Ai margini della vita, sui bordi tremuli di profondissimi abissi, percepiscono un vago sentimento dell’oltre. È un attimo, un’intermittenze del cuore, una scheggia che si insinua nell’anima. È l’estrema illusione di chi, uscito fuori dalla vita, non può più farvi ritorno e resta sospeso tra gli inganni ormai smascherati delle forme e l’autenticità di una vita solo intravista in un lampo epifanico, sfiorata, accarezzata per un frangente, ma irrimediabilmente persa.

Proprio così me ne sto penzoloni, seduta sul bordo di un abisso che non mi fa neppure più paura. Non sento nulla. Non c’è più niente che mi deluda. Ho smesso di aspettarmi qualsiasi cosa dalla vita. Forse non c’è sconfitta peggiore.

 

Resilienza

Nove mesi. Quante cose accadono in quasi nove lunghi mesi. È il tempo giusto per far crescere dentro di sé una nuova vita, per accorgersi di lei, volerla, amarla, darle la luce. Nove mesi sono il tempo giusto per spianare la strada a una nuova consapevolezza. Metabolizzare, accettare, elaborare, guarire. Credevo di non potercela fare, eppure eccomi qui. Sono sopravvissuta alla tua perdita. Non l’ho scelto, non l’ho voluto, ma so vivere anche senza di te, persino nei momenti peggiori. Ho scoperto di essere in grado di soffrire, di piegarmi in due dal dolore e, allo stesso tempo, di riuscire non solo a sopravvivere ma anche a lottare per ciò in cui credo.
Resilienza, che strana parola. La capisci soltanto quando la vita ti mette a dura prova, quando tocchi il fondo e la fine sembra vicina, eppure continui a non spezzarti. Resilienza ha qualcosa in più della resistenza. È scoprire dentro di te una forza che neppure immaginavi.

Non so se l’hai scelta a caso o se, in un assurdo piano diabolico, tu abbia pianificato di sparire proprio in una notte carica di morte. La sera del primo novembre mi hai riaccompagnata a casa e sei sparito nel nulla, investito non so da cosa, mi hai strappato in un istante tutte le certezze, l’entusiasmo, la voglia di vivere. Hai fatto a pezzi sogni e progetti, sentimenti e legami. Senza preavviso, senza spiegazioni, senza un ultimo saluto, sei scomparso. Mi hai gettato nella disperazione di chi perde all’improvviso la persona che ama e con cui immaginava di invecchiare. Da allora solo un lungo silenzio assordante e il mio non trovar pace, il non riuscire a elaborare il lutto perché incapace di capire, di accettare, di metabolizzare. E poi quella frustrazione, il non potersela prendere neppure con la vita che ti aveva strappato a me, perché eri stato tu a scegliere di andar via, così, in una notte lugubre. Poche ore, pochi istanti o forse una decisione ponderata a lungo nel silenzio: non lo saprò mai. Una vigliaccata, in ogni caso. La peggiore che potessi farmi.

Non c’è stato giorno in cui non ti abbia rivolto pensieri, preghiere, interrogativi. Ti ho reso partecipe dei miei strazi e delle mie gioie, delle cadute e delle risalite, ricevendo sempre e solo silenzi. È stato come gridare al vento, come gettare un messaggio in mezzo al mare. Sapevo che le mie parole sarebbero andate perse nel vuoto, eppure dentro di me continuavo a sentire il bisogno di invocarti, di renderti partecipe, di costringerti a fare i conti con la vita che avevi distrutto. Ho sempre saputo che non sarebbe giunta alcuna risposta. Non l’ho attesa. Non c’ho messo alcuna speranza, perché ho riconosciuto in te lo stesso male che mi aveva investita da piccola. L’abbandono, violento, improvviso, lacerante. Uno strappo al cuore e una ferita che il tempo non sana. Due volte sono stata tradita, prima dal sangue, poi dal cuore. Avrei dovuto sviluppare gli anticorpi, ma la verità è che a certe cose non ci si abitua mai e, per quanto ti ripeti di non fidarti e, soprattutto, di non affidare mai la tua vita a qualcuno, puntualmente ci caschi.

È difficile ammetterlo, ma sei stato il mio più grande fallimento. Il sangue non lo scegli, scorre nelle vene, ti lega biologicamente a qualcuno ma non ti garantisce l’amore. Il cuore, invece, scegli a chi aprirlo e, quando ti ferisce, la delusione brucia di più.

C’ho messo tanto per capire ma forse è in questi giorni che ritrovo la pace, proprio nel luogo dove più temevo di ritornare, e lo devo anche a te, ai tuoi silenzi, al tuo non esserci mai stato in questi mesi orribili.

Tu non c’eri a tenermi la mano in ospedale, non c’eri ad asciugarmi le lacrime, a sedare le mie paure. Non c’eri a spegnere i pensieri brutti con un bacio sulla fronte. Non c’eri a sostenermi nelle sfide, a incoraggiarmi nelle prove, a gioire con me per un sogno che si è realizzato. Tu non c’eri perché hai scelto di non esserci, e questo non può essere amore. Questo non è mai stato amore. Perché quando ami davvero, resta l’affetto, il bene, al di là di tutto. Resta la voglia di sapere le condizioni dell’altro, di sostenerlo nei momenti bui anche solo incoraggiandolo a non mollare. Quando ami, non sparisci nel nulla.
Mi hai lasciato il vuoto sotto i piedi. Hai fatto vacillare le mie certezze, mi hai costretta a fare da sola i conti con la vita. Eppure, sono sopravvissuta. Senza di te, ho continuato a vivere anche se non era ciò che avrei voluto. Capisco solo ora che la tua assenza ponderata è il riflesso di un’anima così diversa e distante dalla mia.
In questi mesi io ci sono stata, nonostante tutto. Ho consolato con un abbraccio, ho stretto una mano, ho asciugato una lacrima, mentre mi sentivo ripetere che ero come una figlia, una figlia che, però, poi tutti hanno dimenticato, quando era lei ad aver bisogno di quelle mani, di quegli abbracci. Le parole dovrebbero somigliare di più alle cose. Dovrebbero essere pronunciate solo se sentite davvero, perché non avevo ancora capito che nel momento esatto in cui smetti di esser nuora, non sei neppure più figlia, amica.

Se per il nostro amore avrei dato la vita, tu no, non l’avresti mai fatto. Tu al nostro amore hai voltato le spalle per paura di crescere e fare, per una volta in vita tua, l’uomo. Perché puoi anche aver viaggiato, vissuto fuori, conosciuto posti che io mai vedrò, ma non hai mai imparato a vivere. Ti sei accontentato della vita che altri hanno apparecchiato per te. Reciti un ruolo grigio, insoddisfatto e inappagato. Sogni in grande e non realizzi nulla. Solo ora ti vedo per ciò che sei, un’anima stanca e vuota, timorosa degli anni che passano, del peso delle responsabilità, delle scelte da prendere. Tu non brilli di luce propria. Ho riempito la tua vita di colori, di paesaggi e sensazioni nuove. Ti ho portato nel mio mondo per dimostrarti come, con poco, si possa esser felice e quanto appaghi più un sorriso inaspettato che un diamante. Ero così innamorata da non capire che stavo riempiendo una vita vuota con i miei sogni e i miei progetti, il mio entusiasmo e la mia voglia di condividere, mentre tu eri lì passivo. Pianificavo, programmavo, concretizzavo e tu mi lasciavi fare, dicevi di star bene, di esser felice. Ma lo sei mai stato davvero? Forse volevi provare a lasciarti andare, ad affidarti per una volta a qualcuno che valesse più di due cosce in bella mostra. Ma non ce l’hai fatta. Più facile una relazione usa e getta; più semplice non impegnarsi, tradirsi a vicenda, così nessuno dovrà pretendere nulla; più comodo vivere con mamma e papà che far quadrare i conti a fine mese. Come ho fatto a non vedere il tuo spessore umano? Come ho fatto a non pretendere conferme, parole e fatti?

Ti ho amato irragionevolmente, come si ama quando il cuore prende il sopravvento e non conosce ostacoli. Ho osannato la tua bontà, i tuoi modi gentili, la galanteria d’altri tempi. Ho pensato di aver trovato la mia eccezione. Ti ho preso per mano nella buona e nella cattiva sorte, nei tuoi giorni migliori e nei peggiori, con amore e dedizione. Ti ho amato senza sforzarmi, senza sentirne la fatica, senza mai soffrire della differenza d’età, illusa che stessimo guardando nella stessa direzione al nostro domani.
Com’è potuto finire tutto? L’amore non muore mai di morte naturale. Si affievolisce fino a spegnersi quando non è curato, coltivato, innaffiato; quando si sceglie il silenzio al dialogo, quando il non detto avvelena l’anima e i rimpianti saranno le lacrime di domani; quando la paura di provarci vince sul rischiare insieme.

Non c’è odio nel mio cuore, non c’è più rabbia, neppure delusione. Ho amato chi eri, o almeno chi credevo tu fossi. Non lo rinnegherò mai, perché in quel tempo con te ho conosciuto la parte migliore di me. Per quel che, invece, resta oggi di te non provo altro che disistima. E quando non stimo più un uomo, quando non mi rende più orgogliosa di lui, quando non c’è più fiducia alcuna, non c’è posto più neppure per l’amore.
Con te ho inseguito un sogno in cui, purtroppo, io soltanto ho creduto.

Oggi so che se insegui e coltivi a lungo un sogno, puoi anche afferrarlo e realizzarlo, ma devi volerlo fermamente, devi crederci e deve renderti felice. È così che un mio piccolo sogno ha preso vita in questi giorni e mi ha ripagata di tutta la passione e la dedizione profuse in questi anni. Tu non sei stato in grado neppure di gioire per me, pur sapendo quanto fosse importante e quanto ci avessi investito, ma non importa, è il mio sogno e la tua assenza non lo renderà meno importante. Ora tocca solo alla vita lasciarmi il tempo di viverlo quel tanto che basta per morderlo, assaporarlo e sentirlo davvero mio. E magari, se dovesse avanzarle del tempo per me, vorrei riuscire un giorno a credere in una relazione sincera e appassionata, dove amare e lasciarsi amare siano il dono più prezioso, e perdonarsi, restare e crescere insieme le àncore della mia anima.

Quando sarà, vorrei voltare le spalle a questa terra sorridendo con gli occhi e con le labbra, e guardandomi indietro vorrei poter dire: ho conosciuto l’amore, nonostante le mie paure e le mie debolezze.

Ora è davvero finita…. o forse no?

Questa sera ho guardato la scuola e con le lacrime agli occhi ho detto: “Ora è davvero finita!”. Qualcuno mi ha risposto che, invece, per me è proprio da qui che qualcosa comincerà. La verità è che lì lascio un pezzo importante del mio cuore e della mia vita. Lascio i miei fantasmi, le mie paure, il mio primo grande amore. Lascio anche diciassette volti che mi hanno riempito di gioia, perché sono stati la mia sfida, la mia àncora, il mio pensiero felice. Hanno dato un senso e un volto alla mia passione. Mi hanno fatto scoprire quella bellezza sotto le macerie di cui sono innamorata. Perché, diciamocelo, è facile fare gli insegnanti quando hai dinanzi a te tutti piccoli geni, ma è più bello e gratificante trasmettere valori, prima che contenuti, a ragazzi che hanno storie impegnative e sono in guerra con la vita.

All’inizio ero arrabbiata con il destino che mi ha portato ad insegnare proprio lì, invece oggi sono grata, perché mi è servito per crescere, per diventare una donna capace di affrontare ogni giorno le sue paure con un sorriso che non lasciasse trasparire la tristezza del cuore. Mi ha fortificato fare i conti ogni mattina con l’assenza, vincere i silenzi e continuare a credere nel coraggio delle parole. Perché anche quando ho gridato al vento, anche quando ho attraversato la strada con gli occhi velati dall’amarezza, non mi sono mai arresa. Ho continuato a dar voce al mio cuore, perché non bisogna mai aver paura di esprimere le proprie idee e i propri sentimenti. Il silenzio è vigliacco, il cuore non è mai ridicolo. Il silenzio uccide, il cuore ama. Vorrei insegnare questo ai miei ragazzi e, soprattutto, vorrei che desiderassero ardentemente di essere felici, e di pretenderlo ad ogni costo. Ma davvero felici, in pace con se stessi e con il mondo, sereni, sicuri delle proprie scelte, appagati, coraggiosi, ostinati, determinati, anche audaci ma senza mai rimpianti. Vorrei che inseguissero quell’essenziale invisibile agli occhi che è fine e meta di ogni viaggio.

Stare dall’altra parte della cattedra mi ha offerto il dono migliore che questo mestiere potesse darmi: gli occhi dei miei ragazzi. Quegli sguardi curiosi, famelici, a volte dispettosi, altre volte attenti, altre ancora preoccupati, ansiosi o burloni. Quegli occhi sinceri e spensierati, che non conoscono maschere o filtri. Quegli occhi che cercano un cenno, un incoraggiamento, una guida, un punto di riferimento. Quegli occhi e quelle mani che ti afferrano e ti invitano a camminare con loro. Appoggiata su quella cattedra, mi sono goduta lo spettacolo di quegli occhi che mai dimenticherò. Un pezzo del mio cuore sarà sempre tra quei banchi, in quella scuola, in quella strada.

Questa notte e queste lacrime non le scorderò. Le parole sincere dei mie ragazzi, quelle che arrivano stasera, quando tutto è finito, mi ripagano di qualsiasi sacrifico, mi riempiono di gioia e di un’emozione così grande e impagabile che solo chi ama e fa col cuore questo lavoro potrà capire.

Amélie