Ljubov’

Ljubov’ cammina per strada a testa alta, con lo sguardo nascosto dietro grandi lenti oscure. Il vento le graffia il viso, mentre un sole bugiardo le bacia le gote. Parla poco l’italiano, con quella voce sommessa di chi ha conosciuto l’orrore della guerra, la violenza dei militari, lo strazio dell’abbandono. Ha combattuto un regime in cui non credeva, pagando con l’esilio i suoi ideali. Lascia un figlio in quella terra maledetta che l’ha vista nascere, ma mai accoglierà le sue spoglie. Tornare nella sua Itaca le costerebbe la vita, quella stessa vita che ha voluto fortemente preservare mettendosi in viaggio.

Leggo sui suoi documenti che le appartiene lo status di rifugiato polito. Il suo volto è ancor più loquace. Segnato da sofferenze atroci, è un urlo che squarcia il velo dell’indifferenza, abbattendo le distanze. Leggo nei suoi occhi il terrore e la diffidenza di chi si sente attorniato solo da nemici. Mi chiede di non rimproverarla se dovesse sbagliare qualcosa. Me lo chiede con il capo chino e una voce fioca, quasi tremante, lamentosa come la cadenza di una nenia di cui si fa fatica a distinguere le parole, perse dietro suoni petulanti. La richiesta quasi mi stranisce. Non alzo mai la voce, ma lei non mi conosce, non può saperlo. Potrei essere solo l’ennesimo nemico da combattere, l’ennesima voce prepotente pronta a inveire, a soggiogarla. Prima di affidarsi, ha bisogno di essere rassicurata. Lei, che ha combattuto come militare una guerra efferata, che ha conosciuto il freddo e il buio di una cella, e ha avuto il cuore straziato dal dolore quando le hanno strappato dalle braccia il figlio, chiede a me di suggellare una promessa: sarà tra i miei banchi, solo e soltanto se non alzerò mai la voce su di lei. La guardo e improvvisamente sulla mia pelle sento il peso di quella richiesta, come se riuscissi a cogliere la ragione che muove quelle parole, il terrore, ma anche quel fioco alito di speranza che ancora sa provare nei confronti dell’umanità.

Leggo il suo nome, Ljubov’. Lei, però, si fa chiamare Betta. L’uomo che ama le ha cambiato il nome, e persino i connotati, dietro qualche birra di troppo. A lui, quel nome ricordava le bestie feroci; meglio Betta s’era detto, questo sì che è un nome di donna nostrana. Forse cambiarle l’identità avrebbe allontanato lo spettro delle sue origini, gli anni che l’avevano vista guerriera feroce e madre combattente. Eppure, in quel nome, Ljubov’, c’è una radice di speranza: лйуб, ljub, è amore. Quell’amore smisurato, disinteressato, fraterno per la sua terra, per il suo popolo, per la libertà che aveva cercato in patria e trovato soltanto lontano dalla casa paterna. Quell’amore simile alla voce greca ἀγάπη, agápē, forte come la caritas latina. Quell’amore che ha cercato anche qui, tra le braccia di qualcuno che la proteggesse come mai nessuno aveva osato. Quell’amore che chissà se mai saprà ripagarla del suo coraggio.