Cosa ti manca?

– Cosa ti manca?
– Le sensazioni che non provo. Le cose che non faccio.
Le persone che non incontro. Le vite che non ho.

 

Cosa ti manca? Suona come un rimprovero. Davanti a due occhi persi nel vuoto qualcuno prova a domandarmi cosa mi manchi per essere felice. Sembro un’ingrata, un’incontentabile. Rinuncio persino a rispondere, non capirebbero. È difficile comprendere il cuore, dare un volto alla nostalgia. Non è semplice star dietro ai propri sentimenti. Ancor meno è metterli a tacere, imponendosi di non dire e non fare. Eppure, qualcosa è cambiato. Non ricordo neppure più quando ho smesso di chiedermi cosa fosse giusto fare prima di agire. So solo che è accaduto. Ad un tratto ho cominciato a vivere come se dovessi morire un istante dopo, senza rimpianti e senza arrovellamenti, ma non per questo senza dolore. Ho cominciato a dar voce ai miei pensieri più reconditi, a urlare con un candore disarmante, senza vergogna alcuna, quello che provo, che mi toglie il respiro e il sonno. Ho iniziato a vivere davvero nell’istante esatto in cui sono morta dentro. Non avevo più nulla da perdere perché avevo già perso tutto e non mi importava di ricominciare, di andare punto e a capo, di dimenticare ricostruendo sulle macerie una nuova vita. Non mi importava più nulla, che fosse notte o giorno, inverno o primavera, inferno o paradiso, per me era lo stesso: non avevo più un motivo per alzarmi e sorridere. Mi sono trascinata per inerzia, mi sono aggrappata al mio mondo di carta, al lavoro, alle vite che si affacciavano alla mia porta. Quasi passivamente, senza crederci, senza scommetterci, come se sapessi già che non era solo quella la mia felicità, ho affrontato una prova dopo l’altra: per gli altri era il segno che stessi reagendo, che stavo bene, che ero la solita Amélie, forte e determinata, orgogliosa e testarda. Nessuno ha mai guardato oltre in questi mesi. Nessuno ha scandagliato l’abisso. La verità è che è stata ed è la vita a scegliere per me. Io mi sono soltanto lasciata travolgere, senza opporre resistenza. Ho affrontato le sfide come se non avessi più nulla da perdere. Ho realizzato senza entusiasmo  il sogno per cui avevo studiato tutta la vita e, quando l’ho raggiunto, non ho gioito, perché era solo il contorno dei miei giorni; la sostanza, l’essenziale, la felicità del cuore non c’era più.

Il mio non è un aggrapparmi al passato, non è paura di ricominciare, di sbagliare ancora. È consapevolezza. È sentire forte dentro di me una certezza: mi bastava l’amore per essere felice, tutto il resto non aveva davvero tutta quella importanza che gli davo. Ho concentrato tutto su di me, sullo studio, sul lavoro, bruciando le tappe, dando sempre il massimo per raggiungere il massimo, per dimostrare a me stessa che forse valevo qualcosa. La verità è che sono sempre stata profondamente insoddisfatta, bisognosa di un affetto incondizionato e sincero. Un amore negato e un abbandono voluto hanno condizionato tutta la mia esistenza. Mi sono convinta da piccola di non essere bella, di avere una marea di difetti e non mi sono mai accettata. Non mi sono mai sentita veramente donna. Non mi sono mai sentita veramente libera. Sono sempre stata la mia peggior nemica, una Amélie forte, determinata, corazzata, impenetrabile, una che poteva fare a meno di tutti, una che non doveva chiedere per non dover poi dipendere da un altro, una che doveva farcela da sola. Sola come sono ora.

Sto raccogliendo, nel bene e nel male, ciò che ho seminato, con una grande certezza: allora non potevo saperlo, ma a me bastava solo l’amore, il resto poteva mancare, perché, ora che ho il resto, mi manca l’essenziale. Mi manca addormentarmi e svegliarmi con un pensiero stupendo. Mi manca la vita che non ho più. Potrò anche arrossire e sentirmi lusingata da un vento nuovo che corteggia le mie paure, ma so che non è il vento che vorrei soffiasse sulla mia pelle. So che le gote rosse sono segno di imbarazzo ma la mente e il cuore vanno altrove. Perché ormai mi conosco e so che sapore ha la mia felicità. E, sì, mi manca il tempo in cui ero felice, senza dubbi alcuni e col cuore finalmente in pace. Mi manca quella serenità dell’anima che mi era stata donata immeritatamente, quel tempo che nessuno potrà mai colmare. E così fuggo, perché non è di un amore qualsiasi che ho bisogno. Mi manca quel noi e quella la vita che avrei potuto avere proprio ora che mi sento libera e rinata, ora che so cosa davvero conti per me, ora che so dare un nome alle mie emozioni senza averne paura.

Le mie giornate hanno un tempo diverso quassù. La montagna mi fortifica e mi sta dando la possibilità di conoscermi come mai prima d’oggi. Al mattino, appena sveglia, mi addentro per sentieri, passeggio immersa nel verde, tra gli odori dei castagni, i profumi degli ulivi e delle viti, tra il calpestio delle foglie secche e il gorgoglio del fiumiciattolo. Mi sento completamente immersa in questa parte di universo in cui la vita mi ha portata. Percepisco ogni fibra del mio corpo, ogni brivido, ogni sforzo sulle salite e ogni abbandono giù per le discese. Mi sento libera e spensierata. Non guardo neppure l’orologio, nessuno mi aspetta a casa, assecondo solo i miei passi e i miei battiti. Passeggiare in montagna mi aiuta a scaricare la tensione, mi libera da ogni pensiero negativo e mi dà la giusta carica per affrontare la giornata. A volte mi scopro persino a sorridere, persa in un dolce ricordo sbiadito dal tempo. Ricambio qualche saluto sul sentiero, consapevole che ormai qui tutti sanno chi sono, mentre io fatico a ricordare volti e nomi. Ricambio per gentilezza, sperando che un raggio di sole mi scaldi il viso. L’aria umida, però, mi penetra nelle ossa e solo una doccia calda sa finalmente di abbraccio materno. Mi siedo in cucina e davanti a me ho distese di verde, qualche albero dalla chioma bionda e i monti. Mi perdo ancora tra i miei pensieri e rinasce forte il bisogno di scrivere, di scandagliare quest’anima sgangherata …

 

 

Quando un legame non ha nome

 

«A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso
La bella stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore
A mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo …»

 

Un vento dispettoso soffia sul volto di Amélie, le scompiglia i pensieri e le ruba un sorriso. Soffia più forte sul cuore e le ruba un ricordo. Chiusa in un mutismo selettivo, ad Amélie mancano le parole. Non sa più dare un nome alle sue emozioni, non sa catalogare i suoi sentimenti, non riesce a mettere ordine tra gli scaffali del cuore. Troppa polvere alza questo vento. I contorni sfumano, non c’è più netta separazione tra il bianco e il nero. Perse le poche certezze che aveva, Amélie fa fatica persino a capire se stessa. Come l’hai cambiata!

Ci sono telefonate che Amélie non vorrebbe ricevere in una sera qualunque d’estate. In verità, non vorrebbe riceverle mai. Non vorrebbe sentire pronunciare dall’altra parte della cornetta un nome e un luogo. In un attimo torna indietro nel tempo, non sta neppure lì a chiedersi cosa fare, cosa sia giusto, cosa non lo sia. Agisce di pancia, perché ancora una volta l’urgenza dei sentimenti non può nulla contro calcoli, ragionamenti, esitazioni. C’è un solo sentire, un unico desiderio. Vorrebbe essere lì, vorrebbe capire. Vorrebbe sciogliere quel nodo alla gola in un abbraccio, uno soltanto, lungo, forte, stretto, senza parole.

La voce dall’altra parte della cornetta chiede cosa fare, lascia a lei la scelta. Credo sia l’atto d’amore più generoso e profondo di cui potesse farle dono. Lascia da parte il macigno dei suoi pensieri, l’orgoglio ferito, il dolore di padre provato nel vederla soffrire e non poter fare o dire nulla, sempre per sua scelta. Ed eccolo, quell’uomo tutto d’un pezzo, ancora una volta al suo fianco, ad ascoltare i suoi silenzi dall’altro capo della cornetta, a rispettare le sillabe strozzate, a capire quanto per lei sia più importante il bene che il male, un legame inspiegabile che l’assenza.

La vita è strana, mette continuamente alla prova, bussa alla tua porta e ti costringe a fare i conti con quello che cerchi, invano, di respingere sul fondo della tua anima. In questi mesi, mentre Amélie continuava la sua battaglia personale, la vita non ha mai smesso di incrociare i suoi passi con volti che non appartengono più al suo presente. Quanto più la distanza avrebbe potuto alleviare la sua pena tanto più la vita continuava a gettare ponti tra il prima e il dopo. Volti, abbracci, sguardi. Non li cercava, ma puntualmente erano lì. Forse erano fantasmi e desideri dell’inconscio che quanto più cercava di soffocare più si materializzavano. Ci sono legami che non hanno un nome e che, nonostante tutto, sono indelebili, sono cicatrici cucite addosso che parlano di te, di quella che sei diventata, delle tue priorità, di quel sentire, forte e prepotente, che non puoi zittire.

Amélie sceglie un orario in cui sa di non trovare nessuno con lui. Ha bisogno di vederlo. Chiede all’infermiera in quale stanza sia e si avvia lungo il corridoio, tra l’odore acre di medicinale e disinfettante, tra volti sofferenti e corpi ricurvi su barelle. È in una stanza in cui lei è già stata. Quella volta, un uomo era sul lettino accanto alla finestra, soffriva così tanto, come se la vita, tutto a un tratto, gli stesse servendo il conto da pagare per un’esistenza sprofondata nel baratro più nero. Amélie perdonò quell’uomo sul letto di morte, lo perdonò senza che lui le chiedesse perdono. Fu atroce ma liberatorio. Dopo vent’anni passati a incolparsi, a cercare dentro di sé ragioni che non hanno ragione, a ferirsi e riferirsi, Amélie trovò dentro di sé la forza di assolversi e assolvere, di perdonare quell’uomo per le sue debolezze. Poche settimane dopo, si spense, trovando forse quella pace che non conobbe in vita. In quella stanza Amélie respira ancora la sua presenza. Quel luogo chiuse un capitolo importante della sua vita.

Questa volta il lettino è all’ingresso. Lui riposa. È minuto, pallido, canuto. Sembra così fragile, indifeso, ma sempre composto, persino nel dolore. Apre gli occhi e vede Amélie alla sua sinistra. Non è sola. La voce al telefono ha voluto esser con lei anche questa volta, perché lo strazio e il bene erano in lotta nel suo cuore.

L’uomo dalla chioma bianca si commuove. Lei non riesce a dire nulla, nessuna parola, neppure un saluto. Gli accarezza il volto e la spalla. Vorrebbe farsi forza e infondergli coraggio. Cerca di trattenere la sua emozione per vincere quel nodo alla gola che strozza le sillabe. «Non faccia così, la prego, altrimenti vado via».

Lui le conferma il suo affetto immutato, le dice che ha sempre saputo chi fosse e questa era solo l’ennesima dimostrazione, perché a lui non serviva altro che l’amore e la presenza in quel momento. Amore e presenza, proprio queste due parole ha pronunciato con la sua gentilezza d’altri tempi. Quelle due parole che nella vita di Amélie sono peso e leggerezza, al tempo stesso. Amélie resta in silenzio, per la prima volta a una logorroica, mancano le parole. Lascia che i due uomini conversino tra loro. È strana la vita. Non si erano mai conosciuti prima di allora e adesso Amélie è lì a sentirli parlare di politica, di campagna, di raccolti, di ricordi della loro gioventù appartenuta a due generazioni diverse che ora cercano di confrontarsi. Cosa sono quei due uomini? Nulla l’uno per l’altra, neppure si conoscono, per la prima volta danno un volto a un nome che hanno sentito pronunciare solo nei discorsi di Amélie. È lei il loro legame.

È stato tutto così rapido, imprevedibile, naturale. C’è spontaneità nelle loro parole, c’è empatia che non lascia posto all’imbarazzo. Amèlie li osserva in disparte. Ama profondamente suo padre. Il loro legame non è fatto di parole, di abbracci, di smancerie, ma di presenza e sostegno. Lui c’è sempre stato per lei. «I figli si baciano di notte, quando dormono», le ha sempre ripetuto. Amélie è cresciuta così, la sua scorza forte è dovuta a quell’uomo che le ha dato la vita. Lo guarda ed è fiera di lui.

Qualcosa infrange quel momento. L’uomo canuto si rivolge a lei e dice: «Ho chiesto a Nino perché non voglia sposarsi, perché non abbia voluto sposare te. Ma non mi ha risposto. Non ha saputo dirmi nulla. Ha paura. Crescerà e capirà». Quelle parole suonano come uno schiaffo per Amélie. È andata fuori dall’orario di visita proprio per non incontrare Nino, per non incrociare il suo sguardo, perché fosse chiaro che lei non era lì per lui. Quelle parole, gettate al vento così, all’improvviso, mentre si parlava d’altro, fanno male, non c’entrano e riducono tutto. Amélie lo interrompe immediatamente. È perentoria. Lei è lì solo per quell’uomo gentile che le ha voluto bene. Condizione imprescindibile tra loro doveva essere non nominare chi aveva scelto l’assenza e il silenzio. Era un patto che avevano fatto mesi prima e a cui lei teneva. Non ha bisogno di giustificazioni paterne, di sentire parole come paura, crescerà, capirà. Amélie è cresciuta sempre troppo in fretta per colpa d’altri. Ha dovuto capire senza ricevere spiegazioni. È caduta e si è rialzata senza una mano che la sollevasse. Non può amare le giustificazioni supposte.

Amélie devia il discorso, chiede del nipotino, di come cresca, della scuola. All’uomo brillano gli occhi al sentire il nome del piccolino. Racconta delle sue marachelle, delle maestre, dei compiti, dei progressi ammirevoli nella lettura. Poi ci ricasca, le fa di nuovo male. «Lo sai, ti ha chiamata da subito zia e in questi mesi, ogni volta che abbiamo fatto una festicciola, chiedeva di te. Diceva “e la zia non viene?”. Toccava allora a noi inventare delle scuse, dire che non potevi, che la zia aveva un impegno». È un colpo basso. Gli occhi di Amélie si riempiono di lacrime, difficili da trattenere. Non dice nulla. Interviene il suo papà a ricordare che si è fatto tardi ed è ora di andare. Lascia l’uomo canuto e i suoi ricordi in quella stanza. Attraversa il corridoio del reparto in silenzio. Spinge il maniglione della porta che dà sulle scale ed il primo volto che si trova davanti è quello della donna che da più di quarant’anni ama solo quell’uomo che non vuole perdere per nulla al mondo.

«Sei venuta a trovarlo?». L’abbraccia e la bacia. La guarda con quello sguardo che vale più di tanti discorsi. Si dicono tutto senza proferir parola. Amèlie non riesce neppure a chiederle come sta, è la donna che sembra rincuorare lei, riempiendola di parole d’affetto e di abbracci lunghi, forti, stretti.

Cosa sono quelle due persone per Amélie? Legami che non hanno nome, un ponte che la vita continua a gettare tra passato e presente. È come se avesse intravisto in loro qualcosa che va oltre quello che erano o potevano essere. Un’affinità e un bene che non conosce distanza, che non ha logica alcuna. È un amore che si ripaga con amore. È un legame a cui non puoi dare un nome.

 

Resilienza

Nove mesi. Quante cose accadono in quasi nove lunghi mesi. È il tempo giusto per far crescere dentro di sé una nuova vita, per accorgersi di lei, volerla, amarla, darle la luce. Nove mesi sono il tempo giusto per spianare la strada a una nuova consapevolezza. Metabolizzare, accettare, elaborare, guarire. Credevo di non potercela fare, eppure eccomi qui. Sono sopravvissuta alla tua perdita. Non l’ho scelto, non l’ho voluto, ma so vivere anche senza di te, persino nei momenti peggiori. Ho scoperto di essere in grado di soffrire, di piegarmi in due dal dolore e, allo stesso tempo, di riuscire non solo a sopravvivere ma anche a lottare per ciò in cui credo.
Resilienza, che strana parola. La capisci soltanto quando la vita ti mette a dura prova, quando tocchi il fondo e la fine sembra vicina, eppure continui a non spezzarti. Resilienza ha qualcosa in più della resistenza. È scoprire dentro di te una forza che neppure immaginavi.

Non so se l’hai scelta a caso o se, in un assurdo piano diabolico, tu abbia pianificato di sparire proprio in una notte carica di morte. La sera del primo novembre mi hai riaccompagnata a casa e sei sparito nel nulla, investito non so da cosa, mi hai strappato in un istante tutte le certezze, l’entusiasmo, la voglia di vivere. Hai fatto a pezzi sogni e progetti, sentimenti e legami. Senza preavviso, senza spiegazioni, senza un ultimo saluto, sei scomparso. Mi hai gettato nella disperazione di chi perde all’improvviso la persona che ama e con cui immaginava di invecchiare. Da allora solo un lungo silenzio assordante e il mio non trovar pace, il non riuscire a elaborare il lutto perché incapace di capire, di accettare, di metabolizzare. E poi quella frustrazione, il non potersela prendere neppure con la vita che ti aveva strappato a me, perché eri stato tu a scegliere di andar via, così, in una notte lugubre. Poche ore, pochi istanti o forse una decisione ponderata a lungo nel silenzio: non lo saprò mai. Una vigliaccata, in ogni caso. La peggiore che potessi farmi.

Non c’è stato giorno in cui non ti abbia rivolto pensieri, preghiere, interrogativi. Ti ho reso partecipe dei miei strazi e delle mie gioie, delle cadute e delle risalite, ricevendo sempre e solo silenzi. È stato come gridare al vento, come gettare un messaggio in mezzo al mare. Sapevo che le mie parole sarebbero andate perse nel vuoto, eppure dentro di me continuavo a sentire il bisogno di invocarti, di renderti partecipe, di costringerti a fare i conti con la vita che avevi distrutto. Ho sempre saputo che non sarebbe giunta alcuna risposta. Non l’ho attesa. Non c’ho messo alcuna speranza, perché ho riconosciuto in te lo stesso male che mi aveva investita da piccola. L’abbandono, violento, improvviso, lacerante. Uno strappo al cuore e una ferita che il tempo non sana. Due volte sono stata tradita, prima dal sangue, poi dal cuore. Avrei dovuto sviluppare gli anticorpi, ma la verità è che a certe cose non ci si abitua mai e, per quanto ti ripeti di non fidarti e, soprattutto, di non affidare mai la tua vita a qualcuno, puntualmente ci caschi.

È difficile ammetterlo, ma sei stato il mio più grande fallimento. Il sangue non lo scegli, scorre nelle vene, ti lega biologicamente a qualcuno ma non ti garantisce l’amore. Il cuore, invece, scegli a chi aprirlo e, quando ti ferisce, la delusione brucia di più.

C’ho messo tanto per capire ma forse è in questi giorni che ritrovo la pace, proprio nel luogo dove più temevo di ritornare, e lo devo anche a te, ai tuoi silenzi, al tuo non esserci mai stato in questi mesi orribili.

Tu non c’eri a tenermi la mano in ospedale, non c’eri ad asciugarmi le lacrime, a sedare le mie paure. Non c’eri a spegnere i pensieri brutti con un bacio sulla fronte. Non c’eri a sostenermi nelle sfide, a incoraggiarmi nelle prove, a gioire con me per un sogno che si è realizzato. Tu non c’eri perché hai scelto di non esserci, e questo non può essere amore. Questo non è mai stato amore. Perché quando ami davvero, resta l’affetto, il bene, al di là di tutto. Resta la voglia di sapere le condizioni dell’altro, di sostenerlo nei momenti bui anche solo incoraggiandolo a non mollare. Quando ami, non sparisci nel nulla.
Mi hai lasciato il vuoto sotto i piedi. Hai fatto vacillare le mie certezze, mi hai costretta a fare da sola i conti con la vita. Eppure, sono sopravvissuta. Senza di te, ho continuato a vivere anche se non era ciò che avrei voluto. Capisco solo ora che la tua assenza ponderata è il riflesso di un’anima così diversa e distante dalla mia.
In questi mesi io ci sono stata, nonostante tutto. Ho consolato con un abbraccio, ho stretto una mano, ho asciugato una lacrima, mentre mi sentivo ripetere che ero come una figlia, una figlia che, però, poi tutti hanno dimenticato, quando era lei ad aver bisogno di quelle mani, di quegli abbracci. Le parole dovrebbero somigliare di più alle cose. Dovrebbero essere pronunciate solo se sentite davvero, perché non avevo ancora capito che nel momento esatto in cui smetti di esser nuora, non sei neppure più figlia, amica.

Se per il nostro amore avrei dato la vita, tu no, non l’avresti mai fatto. Tu al nostro amore hai voltato le spalle per paura di crescere e fare, per una volta in vita tua, l’uomo. Perché puoi anche aver viaggiato, vissuto fuori, conosciuto posti che io mai vedrò, ma non hai mai imparato a vivere. Ti sei accontentato della vita che altri hanno apparecchiato per te. Reciti un ruolo grigio, insoddisfatto e inappagato. Sogni in grande e non realizzi nulla. Solo ora ti vedo per ciò che sei, un’anima stanca e vuota, timorosa degli anni che passano, del peso delle responsabilità, delle scelte da prendere. Tu non brilli di luce propria. Ho riempito la tua vita di colori, di paesaggi e sensazioni nuove. Ti ho portato nel mio mondo per dimostrarti come, con poco, si possa esser felice e quanto appaghi più un sorriso inaspettato che un diamante. Ero così innamorata da non capire che stavo riempiendo una vita vuota con i miei sogni e i miei progetti, il mio entusiasmo e la mia voglia di condividere, mentre tu eri lì passivo. Pianificavo, programmavo, concretizzavo e tu mi lasciavi fare, dicevi di star bene, di esser felice. Ma lo sei mai stato davvero? Forse volevi provare a lasciarti andare, ad affidarti per una volta a qualcuno che valesse più di due cosce in bella mostra. Ma non ce l’hai fatta. Più facile una relazione usa e getta; più semplice non impegnarsi, tradirsi a vicenda, così nessuno dovrà pretendere nulla; più comodo vivere con mamma e papà che far quadrare i conti a fine mese. Come ho fatto a non vedere il tuo spessore umano? Come ho fatto a non pretendere conferme, parole e fatti?

Ti ho amato irragionevolmente, come si ama quando il cuore prende il sopravvento e non conosce ostacoli. Ho osannato la tua bontà, i tuoi modi gentili, la galanteria d’altri tempi. Ho pensato di aver trovato la mia eccezione. Ti ho preso per mano nella buona e nella cattiva sorte, nei tuoi giorni migliori e nei peggiori, con amore e dedizione. Ti ho amato senza sforzarmi, senza sentirne la fatica, senza mai soffrire della differenza d’età, illusa che stessimo guardando nella stessa direzione al nostro domani.
Com’è potuto finire tutto? L’amore non muore mai di morte naturale. Si affievolisce fino a spegnersi quando non è curato, coltivato, innaffiato; quando si sceglie il silenzio al dialogo, quando il non detto avvelena l’anima e i rimpianti saranno le lacrime di domani; quando la paura di provarci vince sul rischiare insieme.

Non c’è odio nel mio cuore, non c’è più rabbia, neppure delusione. Ho amato chi eri, o almeno chi credevo tu fossi. Non lo rinnegherò mai, perché in quel tempo con te ho conosciuto la parte migliore di me. Per quel che, invece, resta oggi di te non provo altro che disistima. E quando non stimo più un uomo, quando non mi rende più orgogliosa di lui, quando non c’è più fiducia alcuna, non c’è posto più neppure per l’amore.
Con te ho inseguito un sogno in cui, purtroppo, io soltanto ho creduto.

Oggi so che se insegui e coltivi a lungo un sogno, puoi anche afferrarlo e realizzarlo, ma devi volerlo fermamente, devi crederci e deve renderti felice. È così che un mio piccolo sogno ha preso vita in questi giorni e mi ha ripagata di tutta la passione e la dedizione profuse in questi anni. Tu non sei stato in grado neppure di gioire per me, pur sapendo quanto fosse importante e quanto ci avessi investito, ma non importa, è il mio sogno e la tua assenza non lo renderà meno importante. Ora tocca solo alla vita lasciarmi il tempo di viverlo quel tanto che basta per morderlo, assaporarlo e sentirlo davvero mio. E magari, se dovesse avanzarle del tempo per me, vorrei riuscire un giorno a credere in una relazione sincera e appassionata, dove amare e lasciarsi amare siano il dono più prezioso, e perdonarsi, restare e crescere insieme le àncore della mia anima.

Quando sarà, vorrei voltare le spalle a questa terra sorridendo con gli occhi e con le labbra, e guardandomi indietro vorrei poter dire: ho conosciuto l’amore, nonostante le mie paure e le mie debolezze.

Se l’Amore potesse bastare all’amore

Capita che una nuova consapevolezza giunga all’improvviso e ti inondi l’anima di certezze. È capitato così qualche anno fa. Era un giorno come un altro, l’estate era alle porte. Nell’aria c’era profumo di agrumi e fresie. Nel cuore, una nuova luce. Tante volte Amélie si era chiesta come si potesse capire se l’uomo al proprio fianco sia quello giusto, quello di tutta una vita assieme. Se lo chiedeva senza mai trovare una sola plausibile risposta. Poi un giorno realizzò che il compagno di una vita è l’unico uomo che senti in cuor tuo di voler sposare e l’unico al cui fianco resteresti con ancor più forza e amore nella malattia. È una certezza che si è cristallizzata nel suo cuore. Una delle poche che ha.

Quando ha maturato quella consapevolezza aveva accanto un uomo splendido ma l’ha lasciato libero, pur convinta che, quasi sicuramente, non avrebbe mai più trovato qualcuno capace di amarla con quella dedizione. La voglia di credere, però, in un viaggio visceralmente condiviso in due, l’urgenza di provare ad amare più che il cullarsi nell’essere amata, le fecero fare un salto nel vuoto. La solitudine a volte è la strada migliore per cercasi. Amélie si è guardata dentro e ha imparato a bastare a se stessa. Ha chiesto alla vita di provare a stupirla. Non aveva fretta, progetti, scadenze. Non cercava l’amore, eppure, in fondo al suo cuore, è innegabile che ci fosse quel desiderio recondito di vivere una stagione a lei sconosciuta. Perché a volte si possono condividere anni insieme senza mai appartenersi davvero. E una vita così lei proprio non la voleva. Solo rischiando, solo lanciandosi nel vuoto e provando a costruire la propria vita da sola, Amélie avrebbe potuto un giorno darsi l’opportunità d’esser felice.

Se non avesse rischiato, non avrebbe conosciuto l’Amore, quella sensazione di appartenersi già dopo il primo sguardo, quel conoscersi da sempre solo riconoscendo il profumo di buono dell’altro. È più semplice di quanto si creda. A volte ci si ostina a cercare la propria metà nei luoghi più disparati, industriandosi con battute ad effetto e copioni già sentiti mille altre volte. E, invece, una sera ti scopri legata da qualcosa di inspiegabile a un’altra vita, la senti un po’ tua e hai subito voglia di rivederla ancora e ancora e ancora. Non c’è alcun perché. Forse è una questione di pelle, un riconoscersi tra milioni di anime, un sentirsi spinti dallo stesso vento. Non c’era nulla di pianificato. Lui stravolge i tuoi schemi, sfata i tuoi pregiudizi, annulla le tue paure, colma i tuoi vuoti e tutto questo senza che tu abbia neppure la possibilità di realizzarlo. Ti ritrovi a vivere quei giorni che in fondo speravi arrivassero. Si erano solo nascosti. Ed ora eccoli. A voi tocca scriverli, ma soprattutto viverli. Cominciano così quegli amori cui non sai rinunciare, quelli che ti cambiano e ti rendono umana, vulnerabile. Quegli amori che sono tempesta e sole, luce e buio, dolce e amaro. Quegli amori che hanno un sapore nuovo, unico, che non ti stancheresti di mordere e assaporare tutta la vita. Quegli amori fatti di uno scegliersi giorno dopo giorno, perché la vita accanto all’altro ti rende migliore e proprio non sapresti immaginarti a svegliarti ogni santa mattina senza lui al tuo fianco. Quegli amori che somigliano all’amore che Amélie ha vissuto e perduto.

Dicono che, se hai amato, nulla è mai davvero perduto. Perché al di là di ogni dolore c’è stato un pezzo di vita che mai altrimenti avresti potuto conoscere, vivere, innamorartene. E se il rischio di viverlo ha comportato anche la possibilità prima e la certezza poi di perderlo, non importa più. Averlo vissuto sarà sempre la cosa più bella.

Amélie lo capisce ora, quando, senza volerlo, a un’amica poco entusiasta di una nuova conoscenza, racconta di quell’entusiasmo che deve esserci già dal primo incontro.  Non un colpo di fulmine, ma qualcosa di più intimo, profondo. È un sentirsi addosso il suo profumo, è un ricordarsi i suoi occhi, il suo accento. È un volerlo rivedere ancora e ancora e ancora. E allora perché non è bastato? Forse perché questa volta Amélie era dall’altra parte della barricata e a qualcun altro toccava scrivere  la parola fine.

Così una nuova consapevolezza si fa ora strada nel suo cuore.

La vera sfida di una coppia non è soltanto trascorrere una vita insieme. La sfida è amarsi. Più del resistere ai cambiamenti, al tempo, agli imprevisti, l’ardua impresa, o forse, la piacevole sorpresa è scoprirsi innamorati giorno dopo giorno, anno dopo anno, nella buona e nella cattiva sorte. Solo l’amore può tenere unite due vite. Non la paura, non la convenienza, non la dipendenza. Né la parvenza né il perbenismo. Per sopravvivere all’abitudine, per rendere unico, desiderato, conquistato ogni giorno, non ci sono segreti, salti mortali da fare, bugie da raccontarsi. È l’amore il collante che tiene uniti. È il credere in quell’amore senza più paure. È lasciarsi travolgere e sconvolgere i piani. È non riuscire più a concepire la solitudine come libertà. È non rinunciare ai propri sogni e alle proprie passioni ma desiderare fortemente di condividerle con l’altro. È capire a un tratto che il progetto di coppia è più bello e grande di quello individuale. È voler invecchiare con la persona che ami.

Più dei giovani innamorati che si baciano agli angoli delle strade, più dei sorrisi di due sposi sul sagrato, più del ritratto di una famiglia felice, l’immagine in cui ritrovo l’essenza dell’amore è il tenersi per mano o l’abbracciarsi di due anziani. Perché se dopo una vita insieme hanno ancora voglia di passeggiare tenendosi per mano e di salutarsi con un bacio, quello è amore. È un amore capace di resistere all’usura del tempo, alle rughe sul volto, ai capelli bianchi, ai tentativi maldestri di colorarli di nero, alle dentiere e alle protesi, alla gelosia e all’abitudine. È un amore che non conosce impedimenti. Supera gli ostacoli insieme. Affronta l’indigenza con dignità. Si reinventa una nuova vita quando perde le proprie certezze. Perché l’amore è crescere insieme, è venirsi incontro senza mai annullarsi. È credere nell’altro e in un noi capace di resistere e di restare. È un amore più forte della passione travolgente di Eros, più intenso della Philia. È Agape. Quell’amore grande che tutto ha in sé. Quell’amore che basta all’amore.

E se l’Amore basta all’amore, non ci sarà mai perdita.

Ad A. e V. , al loro Amore.
Ad Amélie e N., 
a ciò che non sono stati 
in grado di essere

 

Così vicine, eppure …

Ha gli occhi lucidi. Piange. Amélie è imbarazzata. Non l’ha mai vista così. Sono sedute a un tavolino di un bar vicino casa di lei. Amélie l’ha incrociata casualmente per strada. L’ha riconosciuta da lontano e ha sentito il peso del suo sguardo poggiarsi sui suoi passi. Ormai vicine, Amélie ha sentito uno strappo nel cuore. Avrebbe voluto mantenere le distanze, per proteggersi. Desiderava fermasi a un semplice saluto distratto. Nulla contro la donna che aveva dinanzi, ma non voleva essere ancora ferita. Non voleva ascoltare i racconti sui progetti di un uomo ormai lontano, non voleva sentir parlare di case, di paure, di fughe. È stanca. Non ne ha più la forza.

Amélie tentenna. La donna la abbraccia e le dà un bacio. Ad Amélie non escono le parole. Per la prima volta non sa cosa dire. L’ultima telefonata al marito l’ha turbata e ha infranto qualcosa. La donna le dice che non era in casa e che le è stato raccontato. Avrebbe voluto sentire anche lei la sua voce, ma non ha voluto chiedere il numero ai figli. Così sostiene. Amélie precisa che il suo unico intento era sincerarsi della salute dell’uomo e che lo aveva sentito distante, per cui si era ripromessa di sparire, per non essere inopportuna, per non causare altro dolore. Solo ora apprende che il suo sentore era vero, il suo pianto a dirotto, abbassando la cornetta, non era per la distanza ma per aver intuito che dietro le parole dell’uomo c’era sofferenza. Si era commosso per quell’attenzione inaspettata e, al rincasare della moglie, gliene aveva subito parlato. Perché l’amore resta. Perché anche nella distanza certi legami non si spezzano. 

La donna le chiede a che ora ha il treno. Amèlie le dice che manca poco, ha solo 15 minuti per raggiungere la stazione, altrimenti il treno successivo sarebbe passato dopo un’ora. La donna sembra non aver ascoltato una parola. Prende Amélie per un mano e le dice di attraversare la strada, di sedersi all’ombra, le offrirà un caffè. Amélie è come stregata, non sa dire di no. Non dice nulla. Le parole continuano a mancare. Non sa cosa le stia accadendo. È in balia di quella donna. Sa che le vuole bene, ma sa anche che potrebbe ferirla involontariamente.

Ordinano due caffè. Si siedono in una veranda che dà sulla strada. È sempre la donna che parla. È come se avesse sperato di incontrarla, per parlare, per gettare la maschera della donna forte e confidarle le sue fragilità. Amélie non l’ha mai vista così a nudo. Si era sentita voluta bene come una figlia, non l’aveva mai temuta come futura suocera, eppure non c’era mai stata tra loro occasione per sentirsi così umanamente vicine e confidenti. Anna era sempre stata una donna forte, un generale, la matriarca di una famiglia che, volente o nolente, ruota attorno alla sua figura. Una donna che ha vissuto per anni accanto all’uomo della sua vita e non è pronta a dirgli addio. Nessuno sarà mai pronto a dover lasciar andar via l’amore di tutta una vita insieme. Anna sa cosa l’aspetta e non l’accetta, non così, non con dolore, non con il calvario da percorrere per l’ultimo cammino. Amélie l’ascolta con la morte nel cuore. La comprende. Sente il peso di quei pensieri, la lama affilata di quelle parole. Anche lei è terrorizzata dal dolore fisico. Non la morte, ma il dolore dell’ultimo viaggio la spaventa.

Anna si sente impreparata ad affrontare ciò che sta vivendo. Amélie le dice che deve farsi forza, che lei è più forte di tutti, anche del marito, deve sostenerlo e può farcela perché lo ama ancora, glielo si legge negli occhi, nei modi dolci di parlare di lui, nelle passeggiate che vorrebbe fargli fare, nella casa al paese che vorrebbe fargli rivedere. Anna volta lo sguardo verso l’esterno della veranda. I suoi occhi sono lucidi. Le lacrime solcano il suo volto. È la fragilità di una donna che non può farsi vedere così a casa e cerca conforto ora, lì, con Amèlie, che le prende la mano e gliel’accarezza. Non sono mai state così vicine come in quel bar, sotto la veranda, nell’ultimo giorno di un maggio amaro.

La cosa giusta

Qual è la cosa giusta da fare? Seguire il proprio istinto, quel bisogno urgente, viscerale, concreto di far qualcosa o meditare, prendersi del tempo, soppesare pro e contro, discernere il bene dal male, la generosità dall’egoismo? Amélie non lo sa più. Ultimamente ragiona col cuore. Ma si può ragionare col cuore? Ragione e sentimento sono antitetici. Sarebbe presuntuoso farli coincidere. Amélie è testa, è pesantezza, è ragione. Quando agisce seguendo il cuore sbaglia, perché non le appartiene, non è nel suo dna, non sa dominare i sentimenti, si lascia travolgere da un fiume in piena e combina pasticci. Quando non pensa prima di agire, sbaglia.

Si era detta mille volte di non intromettersi nella vicenda del piccolo Samuel, aveva chiesto l’aiuto di altri professionisti, aveva delegato il contatto con la famiglia e poi… poi non ce l’ha fatta, il suo cuore si è ribellato, quando il piccolino le ha raccontato per l’ennesima volta come vive, come viene deriso, come nessuno voglia vedere quelle difficoltà così evidenti che lo rendono unico e speciale. Si è fatta forza degli abbracci e dei bacini umidi di Samuel e non ha resistito. Il piccolo ha un mondo da raccontare, vorrebbe solo che qualcuno gli desse gli strumenti e la possibilità per farlo. Così di fronte all’ennesimo racconto, Amélie ha chiesto di poter conoscere la famiglia, di poter parlare con chi si occupa di lui per spiegargli che i disturbi dell’apprendimento non sono nessun’onta, anzi, capire cosa Samuel abbia lo aiuterebbe a crescere, a esprimersi, a non essere più emarginato. Perché un bimbo di nove anni non può non avere neppure un amichetto con cui giocare, non può essere preso in giro da adulti e bambini, non può voler dire o scrivere una cosa e farne un’altra senza che nessuno gli spieghi il perché questo avvenga e che non è affatto colpa sua. Amélie ha così mandato all’aria tutti i suoi buoni propositi e ha cercato un contatto con la famiglia, offrendosi di accompagnarli e seguirli nell’iter sanitario, perché lo sta facendo anche con un’altra piccolina e perché si è affezionata tanto a Samuel. Pur sapendo che la famiglia non ama le intromissioni e ha già rifiutato di intraprendere qualsiasi strada, Amélie si era ficcata in testa di provare a cambiare le cose. Il risultato è stato pessimo. Da due settimane né Samuel né i suoi fratellini si sono più presentati in associazione. Erano i più assidui, hanno frequentato tutti i corsi, dal doposcuola al corso di chitarra al teatro e ora per l’impulsività di Amélie sono spariti. Non riesce a non sentirsi in colpa. Avrebbe voluto, dopo un anno, parlare serenamente con chi di dovere, spiegare l’idea che lei, semplice insegnante, si è fatta e provare a prospettare dei percorsi per sfatare ogni dubbio e dare al piccolino gli strumenti per non vedere continuamente frustrati i suoi sforzi nell’apprendere, nel leggere, nello scrivere. Sapeva benissimo che, però, dall’altra parte avrebbe trovato un muro e ha voluto, comunque, scoperchiare il vaso di Pandora.

Ma cosa ha davvero spinto Amélie a dire la sua, a cercare un contatto, che, in cuor suo, sapeva già sarebbe stato negato? Lo ha fatto perché detesta chi mette la testa sotto la sabbia per non affrontare le difficoltà, perché non si rassegna a operare in un contesto dove c’è tanta ignoranza e così tanto disinteresse persino per i propri figli. Lo ha fatto perché i bambini non devono subire le colpe dei genitori e se non si è in grado di capire da soli che c’è qualcosa che non va, chi ne ha avuto sentore ha il dovere di farlo notare e di tendere una mano. Si direbbe che Amélie agisca per altruismo, per deformazione professionale, perché il suo lavoro è educare, formare e poi istruire. Prima di Leopardi, Manzoni, Pirandello o Garibaldi, vorrebbe che i ragazzi di oggi avessero gli strumenti per diventare cittadini attivi e responsabili, coraggiosi e determinati. C’è, però, anche l’altra faccia della medaglia. Amélie agisce anche per egoismo. C’è sempre un po’ di lei, del suo passato e del suo presente, nelle scelte che fa. Il suo ego è così forte da confondere, a volte, la cosa giusta con la cosa che faccia del bene. Il passato di Amélie somiglia ai montaliani cocci aguzzi di bottiglia su un muro troppo alto, oltre il quale lei ha smesso di vedere. Il presente è un campo minato: il cuore a pezzi, il cinismo che si insinua tra le ferire lasciate aperte, i problemi che sembravano superati e che si ripresentano più prepotenti, perché certi mali ci si illude di stroncarli, mentre sono sempre lì, sono recidivi e prima o poi ti rimettono la vita a soqquadro. Così Amélie, perché incapace di affrontare i propri problemi, si dedica agli altri, mette il cuore a scuola, con la piccolina, con le piccole pesti che orbitano attorno all’associazione e investe le sue energie e i suoi buoni propositi su di loro, per dimenticare se stessa (come se fosse possibile). L’egoismo muove il suo altruismo. Per questo, non capisce che non sempre la cosa che lei ritiene giusta sia la cosa migliore da fare.

Il difetto più grande di Amélie è la sua testardaggine. La sua spocchiosa convinzione di sapere cosa sia giusto fare, in qualsiasi momento. Si aggrappa ai più deboli, perché, salvando loro, spera forse di salvare se stessa, di lasciare almeno una traccia del suo passaggio  in questo viaggio. Amélie è così, è in perenne lotta con i suoi pensieri. La ragione sa bene cosa non deve fare, arriva poi il cuore e confonde tutto, rimescola le carte, la fa inciampare sempre negli stessi errori.

Era da qualche settimana che aveva un desiderio: sentire una voce, chiedergli come stesse. Il cuore proponeva, la testa rifiutava. Non è giusto farsi del male così, non aiuta nessuno ad andare avanti. Amélie se lo sarà ripetuto un centinaio di volte per convincersene, mescolandoci un pizzico di risentimento e un po’ di rabbia, perché di lei, dei suoi problemi, nessuno se n’era preoccupato e tutto quell’affetto sbandierato durante qualche incontro casuale lei non lo aveva mica poi visto nei fatti! Anzi, quanto più non voleva saperne, più le venivano raccontati i nuovi progetti di Nino e il suo presunto dolore. Posto che ognuno affronti la sofferenza a modo suo, la fuga da casa e dalla famiglia e la consolazione tra braccia frivole sembravano, ad Amélie, un modo stupido, infantile e poco responsabile di affrontare la vita. Eppure, in questa ennesima scelta di lui, lei ritrova l’essenza più vera di Nino, quella che l’amore offuscava e che emerge prepotentemente ora che le distanze sono nette. Se Amélie è testa, senso del dovere, magari pure due palle di pesantezza, Nino è un quasi quarantenne immaturo, irresponsabile, che fugge ogni problema. Appena arriva la difficoltà, anche importante, lui non sa condividerla con chi ama ma fugge, è fuggito da Amélie, fugge dai suoi, fugge da chiunque gli chieda spiegazioni e magari giustifica a se stesso questa immaturità come un estremo atto d’amore, un rendere liberi gli altri, perché vincolati a uno che, a metà del suo cammino, ancora non sa cosa vuole sarebbero degli infelici. Ad Amélie fa bene ripetersi queste cose, per evitare di provare compassione per qualcuno che, secondo la sua testa, non la merita. Il cuore, però, è tiranno. Pensieri, preoccupazioni e dispiaceri travolgono Amélie. Ha resistito fin troppo.

È sola a casa. Si è svegliata con un pensiero fisso. Fa avanti e indietro. Valuta pro e contro. Si chiede cosa prevalga, se la testa o il cuore. Si siede accanto al telefono. Ha quel numero davanti. Le mani tremano. Il cuore comincia a battere. La tensione esplode quando digita quei numeri. Pochi interminabili squilli. Dall’altra parte una voce di uomo. Risponde a monosillabi. È formale. Dice che la cura va bene. Amélie prova a colmare i silenzi. Lui sostiene ancora una volta che va tutto bene, che è ottimista. Quelle parole, però, non sanno di speranza e fiducia. È freddo, distante. Forse difende il suo orgoglio. Amélie si sente un’estranea. La conversazione dura pochissimo. Sta per salutarlo quando si accorge che la voce dall’altra parte della cornetta ha cambiato tono, sembra strozzata, prossima al pianto. La saluta con un pensiero rivolto ai suoi. Quanto non detto in quei pochi minuti…

Amélie attacca la cornetta. Le mani tremano. Scoppia in un pianto a dirotto.

La cosa più giusta non sempre è quella che ci fa star meglio.

Nòstos

Not all those who wander are lost.
(J. R. R. Tolkien)

Non tutti quelli che vagano sono perduti. Capita che perdersi sia necessario per ritrovarsi e il viaggio non sia altro che un ritorno a casa. Se un luogo, un’anima, un cuore sono stati davvero importanti, si ripresenterà la possibilità di ritrovarli. Perché ciò che hai amato non è mai del tutto perduto. La tua Itaca è casa, ma a volte per comprenderlo hai bisogno di allontanarti, di compiere quel viaggio, senza meta, che sarà un tornare alle origini, questa volta consapevoli di sé.

Ogni tanto bisogna saper fare un passo indietro, per concedere e concedersi lo spazio per spiegare le ali e provare a spiccare il volo da soli. Solo abitando la mancanza, solo scoprendo la possibilità e il peso del vuoto, potrai capire se la libertà da ogni legame ti ha permesso di essere finalmente felice o ha smarrito la parte migliore di te. Sarà allora che, se ti ritroverai nella memoria, seguendone le orme, invertirai la rotta e Itaca sarà il tuo nòstos, il tuo ritorno. Virerai verso l’arché, l’origine del tutto, ma non sarà semplice. Ammettere a se stessi i propri sentimenti è quanto di più difficile ci sia. Si può ingannare l’altro ma non il proprio cuore.

Il nòstos è anche nostalgia, desiderio sofferto di tornare a casa, per ritrovare le proprie radici ma, soprattutto, se stessi. E la nostalgia a volte fa paura. È dolce e ingannevole al tempo stesso. Sottace una languida attesa di qualcosa che non sai se mai ritroverai. È sentire una spinta in avanti per il desiderio di tornare indietro. Tra il sentire quella spinta e il fare un passo in avanti c’è un abisso. In quell’abisso, la tua vita. Assecondare quello slancio implica avere coraggio, osare, rischiare ma, soprattutto, perdonarsi, accettarsi, dopo essersi messi in ascolto della parte più onesta del proprio cuore. I nostoi sono, dunque, i coraggiosi. Sono quelli un po’ folli, che si fanno carico del rischio, accettano la sfida, si rimettono in gioco e sanno ritornare.

Se, però, la nostalgia mescola il nòstos all’álgos, il ritorno alla sofferenza, sarà forse perché i coraggiosi sono pochi. Si è più inclini alla nostalgia, a quel crogiolarsi nella sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. E accade così che passino giorni, mesi, anni a sentir quella nostalgia senza trovare lo slancio per quel salto verso Itaca. Se l’álgos avrà la meglio, ti allontanerai sempre più da te stesso. Se troverai, invece, la forza e il coraggio di credere nel nòstos, chiuderai il cerchio e le cadute non saranno state altro che tappe di un itinerario più importante.

Vorrei che un giorno tu potessi riconoscere la tua Itaca, per rimetterti in viaggio senza paura. Ritornare, però, esige sforzo.

Oggi sono io

All’uscita dall’ennesimo esame, mentre Amélie viaggia in auto, dalla radio parte Oggi sono io.  Sì, da oggi Amélie è davvero lei. Mentre il vento le accarezza il viso, nel cuore esplode la voglia di (r-)innamorarsi della vita e di essere felice, senza se e senza ma. Fosse anche l’ultima cosa da fare, Amélie vuole ritrovare la pace del cuore. Prenderà a morsi questa vita. Che sia per una stagione, per un anno o due, ha voglia di viversi questi istanti intensamente, imprimendo una traccia di sé nei luoghi e negli occhi che incrocerà. Il prossimo acquisto sarà una reflex. Terrà un diario in cui vedrà trasformarsi in questo strano viaggio e imparerà ad accettarsi e amarsi per le sue imperfezioni.

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Casa tua

Ieri, un sorriso amaro alla vista di una vasca idromassaggio per due. Stupida brochure. Stupidi ricordi. Quante volte abbiamo fantasticato, immaginandoci giorni uggiosi chiusi in casa, telefono staccato e un non ci siamo per un nessuno. Appartamento o casa indipendente? Difficile accordarsi, i tuoi pro, i miei contro. Abitudini diverse e poi un ma che importa! Anche un monolocale sarebbe stato una reggia con te.

La nostra casa dei sogni non aveva pareti, cucine o camere da letto. Aveva, però, un salotto, con la nostra libreria in legno, chiusa. Ci sarebbero stati tutti i tuoi libri di fotografia e i miei classici. Un divano e noi due, l’uno accanto all’altra, magari un camino. Saremmo stati noi la nostra casa.

Quanto poco tempo è passato da quei discorsi! Troppo poco per elaborare. Forse per certi distacchi non basta una vita per metabolizzare, per trovare pace. Se poi oggi il destino continua a riportarmi sui tuoi passi, come posso anche solo fingere di sapere accettare la perdita?

Mi sforzo ogni giorno di farmi piacere il tuo paese, le strade in cui sei cresciuto, i visi che incontri anche tu. Provo a passeggiare per la città familiarizzando con luoghi e persone che non mi appartengo. Saluto l’uomo all’uscita del supermercato, l’unico che, con la pioggia o col sole, mi dà il buongiorno senza mai tendere la mano per l’elemosina. Provo a non portare la mia tristezza in classe, provo a non affacciarmi più alla finestra, provo a non pensarti più, ma poi tutto prepotentemente mi parla di te. La tua vita bussa alla mia porta e fa male. Entra, lacera e sparisce. Giusto il tempo di ferire. Giusto il tempo di farmi percorrere quelle strade con gli occhi cristallini.

Il nostro sogno ora è solo tuo. Fissi appuntamenti per vedere una casa nuova. Quanto male fa pensare che andrai a vederla da solo? Quanto? Non lo sai e non lo saprai mai.