I fantasmi della mente

I fantasmi della mente hanno nomi strani, sono fobie ataviche, tolgono il sonno e la fantasia. Si fa quasi fatica a nominarli, figuriamoci a comprenderli e ad accettarli. Sono mostri insidiosi, irrazionali, che aleggiano come avvoltoi su ogni tentativo di spazzarli via. È difficile spiegare un attacco di panico a chi non l’ha mai provato sulla propria pelle, così com’è difficile comprendere la depressione e ogni patologia invisibile agli occhi dei più. Anche solo ammettere di avere una paura implica uno sforzo immane, fino a raggiungere poi la consapevolezza di avere un limite difficile da superare. Se la difficoltà sia oggettiva o soggettiva, alla nostra testa poco importa: la paura paralizza, soffoca, uccide ogni tentativo di accrescere l’autostima, ogni ripetersi quanto valiamo, cosa abbiamo fatto finora, cosa abbiamo vinto e sconfitto. La paura non conosce ragione, ha un linguaggio tutto suo, mette a tacere ogni neurone, spegne ogni barlume di lucidità, mistificando l’idea che abbiamo di noi stessi.

Oggi è il secondo giorno che, dopo dieci lunghi anni, mi sono rimessa alla guida. Pare che abbia guidato proprio io, perché quel folle al mio fianco, per uccidere i fantasmi della mia mente, ha ben pensato di incrociare i piedi e alzarli, mettendoli in bella vista sul cruscotto, facendomi ridere e sbraitare allo stesso tempo, implorando serietà in tutte le lingue che conosco.

L’amaxofobia ha inciso sulla mia qualità di vita, anche se non voglio ammetterlo, anche se non mi ha impedito di studiare, lavorare, realizzarmi. È una paura destabilizzante che nasce nella mia testa e, per quanto possa ripetermi che devo superarla, non ci riesco.  Ieri ho sudato freddo, ero rigidissima, incavolata con il mondo intero e più ancora con i miei limiti, con una paura fottuta addosso, costretta, obbligata, ma guidavo, come se non fossi io a farlo, quasi senza consapevolezza. Ho vissuto male l’idea di doverlo fare, mi sono chiusa nel mio mutismo, ho sentito i battiti del cuore accelerare, il sudore nervoso impregnare il mio corpo, l’ansia e l’agitazione impossessarsi dei miei pensieri. Nei giorni scorsi ho persino avuto incubi che mi costringevano a svegliarmi di soprassalto nel cuore della notte, sudata e col cuore a mille. Questa sfida da vincere, mischiata ai tanti pensieri che ho per la testa, mi genera un mix d’ansia assurda, concentrata, esplosiva.

Dicono che i veri limiti sono solo nostra mente, e forse sarà anche vero, però è così difficile far capire al mondo esterno le paure invisibili che ci attanagliano. Quelle paure che ci paralizzano quando siamo soli in una situazione che, per la nostra testa, è catalogata col bollino rosso: alto pericolo. Così capita a me, l’idea di guidare mi terrorizza, mi rende inerme, stupida, mi toglie il respiro e mi genera ansia. Non riesco a scendere da sola e a mettermi al volante, nonostante abbia conseguito la patente e nonostante, dopo dieci anni, costretta per necessità a riprendere qualche lezione, io riesca a guidare con qualcuno al mio fianco. Il fantasma della mia testa è, però, irrazionale e agguerrito, mi permette di sentirmi rassicurata dalla presenza dei  comandi a disposizione anche dell’istruttore e mi lascia vincere momentaneamente l’amaxofobia, che così apparirà ancora più incomprensibile e ingiustificata agli occhi del mondo esterno. È strano, ma, sebbene riesca a sentirmi libera dai miei limiti per qualche ora, una volta sola, sono nuovamente in preda ai miei timori. È un vortice irrazionale che non riesco a superare. È uno sforzo di volontà che non riesco a impormi. Mi domandano come sia possibile, come può accadere che una persona intelligente e determinata debba essere schiava di una paura. Beh, se fosse stato qualcosa di razionale, di comprensibile, forse avrebbero ragione loro ad accusarmi di pigrizia, di egoismo e di non so quante altre cose mi sono sentita dire. Ma il punto è che la mente è fragile e un vizio, un timore, un’errata convinzione hanno terreno facile per insinuarsi e coltivare paure, fino a erigere muri e alzare barriere. Razionalizzare, mettere nero su bianco, obbligarmi a fare comunque ciò che mi genera terrore non serve ad abbattere il mostro.

C’è una parte di me che vorrebbe sentire il vento sul volto mentre guida libera da ogni freno. Ma c’è una parte più forte che mi paralizza quando sono sola al volante e mi toglie il respiro. Come si può uccidere un fantasma che non si riesce a catturare e ad abbattere, nonostante gli sforzi? Perché non riusciamo ad accettare che ognuno di noi dovrebbe essere libero di avere persino la sua fobia e di doverci convivere, senza per questo essere giudicato e additato di inettitudine?

Se oggi mi sono letteralmente costretta ad affrontare la mia paura è perché io ho diritto di sapere se posso o non posso vincerla. Io, non il mondo esterno. Mi piacerebbe avere lo stesso diritto di non sentirmi colpita nel mio tallone d’Achille.

Radici

Tra un paio di giorni dovrò presentarmi davanti al comitato di valutazione per la conferma o meno del ruolo dopo il mio anno di prova. Sulle ginocchia ho il dossier che presenterò. Dovrei prepararmi un discorso, un bilancio sulle esperienze e sulle attività svolte. Eppure, una sola parola mi rimbomba nella testa. Una parola brutta, con cui ho imparato a convivere sin da piccola, ma ancora oggi, a ventinove anni, mi paralizza.  Mi fa sprofondare nel buio pesto dei miei pensieri. Toglie il terreno sotto i piedi. Fa vacillare ogni certezza. Mi riporta indietro negli anni, mi fa rivivere paure, angosce, disperazione, con ancora più intensità, quell’intensità dovuta alla maturità e alla consapevolezza che quando certi mostri ritornano sono sempre più feroci e le battaglie sempre più brevi.

Provo a scacciare i brutti pensieri, asciugando a mani piene i lacrimoni sul viso. Un nodo alla gola soffoca qualsiasi parola. È qualcosa che ho già vissuto. È qualcosa che ho imparato a conoscere, eppure provoca lo stesso identico dolore, lo stesso terribile senso di impotenza e di paralisi. Ho già vissuto questo calvario ma le spalle larghe non sono più così forti. Io non sono forte. È apparenza la mia corazza, è un alibi la mia determinazione. Io non sono pronta e non sono forte. Ho paura. Ho paura come qualsiasi essere umano. Ho una sola parola che rimbomba nella testa, ma non riesco neppure a pronunciarla. Sento il peso e la responsabilità di un segreto che porto con me da qualche giorno. Un segreto che mi chiude e mi incupisce. Un segreto che non è giusto che debba custodire io, perché non è vero che sono la più forte, non è vero che io posso capirlo e sopportarlo. È un macigno. Un peso che stringe il cuore in una morsa atroce, perché rispettare la volontà altrui è, allo stesso tempo, escludere chi avrebbe ogni diritto di conoscere ciò che sta accadendo.

Non dirò “perché a me, perché di nuovo a noi”. Non c’è logica, non c’è giustificazione che tenga. Non provo più neppure rabbia. Mi ripeto che se ce l’abbiamo fatta in passato, ce la rifaremo anche ora. Suona come una rassicurazione, provo a convincermi che anche in fondo al buio più pesto c’è una luce. Ma la verità è che non ero pronta, non credevo di dover ancora provare questo strazio. Ho chiuso tanti sogni in fondo a un cassetto, ho rinunciato a tanti ideali che avevo da piccola, ma non so rinunciare all’idea di essere figlia. Ho imparato a non desiderare la famiglia del Mulino Bianco, a lasciarmi il male alle spalle per diventare una donna serena, equilibrata. Ho imparato ad anestetizzare il dolore che ogni tanto ancora provocano le cicatrici e a non voltarmi più indietro. Ho imparato a gioire per l’affetto e l’amore incontrato tra braccia e volti sconosciuti come a compensare quelle mancanze sofferte. Ho imparato a inseguire e a lottare per l’unico sogno che poteva rendermi realizzata, anche quando nessuno ci credeva e tutti mi ritenevano folle. Ho imparato a credere nelle battaglie perse, a stare a fianco degli ultimi, a sedermi al pianoterra della vita perché da lì è più chiaro il senso di tutto. Ho imparato a non desiderare più un amore cieco, travolgente ma incompleto, manchevole, timoroso. Ho imparato che la mia forza sono le mie radici, quelle che mi accompagnano e mi sostengono in ogni passo, in ogni scelta, anche quando sembra incomprensibile. Quelle radici che mi hanno consolata in silenzio quando stavo male e mi hanno baciato la fronte quando le ho rese orgogliose. Ho imparato tante cose in questi anni sulla mia pelle, ma non voglio imparare a fare a meno delle mie radici.

Ho ancora bisogna di quelle radici. Oggi è l’unica certezza che ho.

Legami

Esistono legami capaci di andare oltre le distanze, oltre il tempo, oltre le ferite. Esistono legami impossibili da spezzare, nonostante le avversità, perché l’amicizia è un sentire le stesse cose, anche se lontane. È un pensiero costante all’altra, nonostante tutto. È un perdonarsi in silenzio, senza aggiungere altro, perché a volte persino le parole sono superflue. È un ritrovarsi come se non ci fossimo mai allontane. È volere la felicità dell’altra, ovunque sia. È vederla meravigliosa e gioire per lei, nel giorno del grande passo, mentre il tuo cuore piange. È mostrare a tuo padre lei, che è come una sorella, nel giorno che non sai se mai vivrete insieme.

23 giugno, le lacrime di gioia per un amore coronato si mescolano a quelle di paura per una nuova battaglia da affrontare. Eppure, è proprio in quel “nonostante tutto” che si cela l’essenza dell’amore.

I viaggi in corriera

Gli incontri migliori accadono per caso, mentre sei in viaggio e, persa tra i tuoi pensieri, fissi il finestrino. Scorrono luoghi familiari, il lago, il parco, il palazzo ducale. La corriera delle 14 giunge sempre come un tuffo al cuore. Mi ricorda chi ero e ogni volta ne sorrido stupita. Viaggio da sola ora e ho nel cuore nuove certezze. Non so cosa raccontino i miei occhi, ma finisco sempre col sorridere quando qualcuno puntualmente mi chiede cosa ci faccio sulla corriera e dove sto andando. Leggo stupore nelle loro parole, incredulità che si mescola con empatia e protezione. Ho smesso di identificarmi col mio lavoro, di volere sembrare a tutti i costi più grande, più professionale. Ho provato a farmi crescere i capelli, a truccarmi prima di andare a lavoro, a indossare i tacchi, a vestirmi da adulta, a non sembrare più una ragazzina. Ma io non sono questa e non voglio essere qualcosa che non rispecchia la mia anima. Non voglio vivere sforzandomi di dover dimostrare qualcosa e non voglio neppure accanto qualcuno che si senta indietro, perché sono troppo giovane o più stabile e indipendente di lui. Non voglio inseguire, non voglio sforzarmi di capire, non voglio dover immaginare cosa si nasconda dietro un silenzio. Vorrei un mondo essenziale e chiaro, vorrei persone limpide e sincere con cui confrontarmi, vorrei desiderare e fare un milione di cose, vorrei scoprire che da qualche parte, sepolta in fondo al cuore, c’è ancora un po’ di fiducia e vorrei sorprendermi nel non leggere più disincanto nei miei occhi.

In fondo, il dono più bello che potesse nascere dal dolore è stata la libertà. La libertà di essere me stessa, di vivere senza la paura dei giudizi, degli sguardi, dei rimproveri di disappunto. La libertà di fare esattamente ciò che mi passa per la testa, quando e come decido io. Quella libertà che mi rende consapevole di ciò che voglio e  di ciò che non voglio. Quella libertà che si nutre d’indipendenza e di voglia di assaporare il mondo. È quella libertà che non mi fa aver paura della vita, anche se dovesse finire ora, perché ho avuto tutto quello che ho desiderato e cercato. Ho inseguito un sogno e l’ho realizzato quando nessuno ci credeva, ho il lavoro che ho sempre desiderato, sono stata tanto amata e ho amato tanto e, anche se questi momenti non hanno coinciso, oggi, a chi me l’ha chiesto, mi è venuto spontaneo rispondere “Sì, sono felice della mia vita! E rifarei tutto, errori compresi, per non aver rimpianti”.

I viaggi in corriera sono così, ti scavano dentro verità che avevi paura di pronunciare.

La corrispondenza perfetta

Non sempre c’è corrispondenza perfetta tra pensiero e azione. Qualche a volta accade che qualcosa di più grande si frapponga tra l’intenzione e l’atto, così che un desiderio resti nella sfera della potenzialità senza mai trovare concretezza, senza mai raggiungere il suo destinatario. Capita per fatalità, per una banale coincidenza, per un segno del destino o più semplicemente accade senza alcuna ragione, accade e basta. Accade che una missiva venga smarrita dalle poste, che un’e-mail torni indietro perché l’altra casella è già piena, o che in un giorno speciale provi a comporre un numero per sentire una voce e per tre volte la chiamata non parta, mentre sullo schermo appare “chiamata errata”. Forse l’errore stava nell’intenzione che, seppur buona, avrebbe potuto portar scompiglio dall’altra parte e così il gestore telefonico si è frapposto tra il pensiero e l’azione e ha impedito l’ “errore”.

Non sono mai stata fatalista, ho sempre creduto che siamo noi a scrivere, nel bene e nel male, le pagine della nostra vita. Sono le nostre scelte a definirne i sentieri. Sono i nostri errori a imprimere una svolta, sono le nostre aspettative ad essere il motore dei nostri passi. Eppure, crescendo, si acquistano nuove prospettive e non sempre quello che credevi giusto fino a un istante prima lo è ancora.

Ho vissuto sempre con il piede sull’acceleratore, come se avessi un avvoltoio sulle spalle e ne sentissi il fiato sul collo, con quella costante paura che all’improvviso tutto potesse finire. Ho preteso sempre il massimo, sforzando mente e corpo per raggiungere un traguardo, come se avessi una scadenza da rispettare. Non credevo di poterci riuscire, ma avevo bisogno di pormi un obiettivo e di fare tutto il possibile per realizzarlo. Avevo bisogno di sentirmi viva, di non fermarmi mai a pensare, di avere sempre un nuovo traguardo da dover  raggiungere. Non sapevo vivere senza adrenalina, senza progetti. E a tutto avevo posto la scadenza dei trent’anni, come se avessi paura di non potermi affacciare alla vita dopo quella soglia. In questa folle corsa, ho bruciato tante tappe, ho piantato paletti sempre più alti, ho prediletto il bianco e il nero non riuscendo a comprendere le sfumature. Mi sono persa e salvata, allo stesso tempo. Mi sono aggrappata al mio mondo di carta per rinnegare l’orrore, per seppellire un dolore mai sopito, per rifugiarmi in quella bellezza che nel mondo non riuscivo più a scorgere. Ho perso la spensieratezza degli anni più belli. Non ho mai saputo coltivare la leggerezza del cuore, quella leggerezza che ti fa guarda al mondo con occhi innamorati. Eppure, è stato necessario perdersi, per ritrovarsi e salvarsi. Perché non è mai troppo tardi per cominciare a vivere davvero.

Oggi forse per la prima volta assaporo la lentezza, un tempo nuovo della vita. Non sento più l’urgenza di correre, non ho più paura di non riuscire a realizzare un progetto, non ho più bisogno di spingere al massimo l’acceleratore per sentire l’adrenalina scorrere e la vita pulsare. Ho capito che la bellezza è nascosta in quei meandri dove nessuno più guarda. Ho assaporato la meraviglia della vita nei miei occhi stupiti di fronte a un abbraccio inaspettato, a un tramonto goduto dalla vetta più alta, a un dono fatto col cuore, all’umiltà di chi si priva di un suo ricordo per lasciarne uno nuovo in te. Ho scoperto il dolore ai polpacci quando al mattino macino qualche chilometro, ma anche la gioia dei polmoni gonfi d’aria e di spensieratezza, mentre cammino col vento che graffia le gote e gli occhi socchiusi baciati dal sole. Ho riscoperto il piacere di andare in bici tra le campagne verdeggianti per sentirmi libera. Ho sentito crescere in me la voglia di provare a colorare la vita, di andare oltre al bianco e al nero dei giorni passati e sfidare persino l’incertezza del domani, provando a catturare sensazioni, emozioni, attimi in uno scatto che possa sopravvivere a ogni timore, a ogni fine, a me. Per la prima volta non ho paura della morte, e quasi come un novello Epicuro mi ripeto che, quando ci sarà lei, io non ci sarò.

La verità è che cambiamo vita, cambiamo pelle e spesso cambiamo anche prospettiva. Da un certo punto in poi ho realizzato di vivere con una sorta di bomba ad orologeria sul dorso, qualcosa a cui è impossibile sottrarsi, sai che è lì ma non sai quando esploderà. Questa consapevolezza non ha incupito i miei giorni, ma mi ha reso più pragmatica e forse più egoista, come se il dolore fosse una cosa individuale, qualcosa da dover affrontare da soli per non pesare sugli altri. Mi sono ripetuta e ho ripetuto a chi mi era accanto che se fosse accaduto qualcosa, l’avrei affrontato da sola, avrei messo un punto perché amare è sottrarre peso e aggiungere leggerezza. Egoisticamente credevo di non riuscire a sopportare il dolore e la compassione negli occhi dell’altro, ma soprattutto di non tollerare che la causa di quel dolore fossi io. Non era altruismo, era la più triste delle forme di egoismo. Era un voler decidere lucidamente di sezionare un amore per estirparne la radice più vera e profonda: la condivisione, persino del dolore. Non lo capivo allora, non l’ho capito per molti anni. Credevo fosse una forma di protezione verso l’altro, un imporre la cosa giusta ad occhi offuscati dal bene, ma la cieca ero io. Ero io a non comprendere che esiste qualcosa di inspiegabilmente forte capace di unire due persone ancor più nel dolore: è un dono immeritato, un miracolo della vita non concesso a tutti. È qualcosa che si realizza poi. Troppo tardi o troppo presto è difficile a dirlo, ma io sento di averlo realizzato ora. Non ho paura della morte perché non ho rimpianti, ma soprattutto non ho più paura di condividere il dolore, perché non c’è bisogno di nascondere le lacrime se un giorno è più difficile degli altri. Non occorre celare i propri sentimenti e le proprie paure se dentro è tempesta. Non possiamo sfuggire a ciò che pulsa forte dentro di noi, al suo grido, al suo richiamo, all’urgenza di vita. Possiamo scappare da chiunque, ma mai da noi stessi. Possiamo far tacere la ragione ma mai del tutto il cuore. Possiamo illuderci d’essere forti ma mai abbastanza da rinunciare al sogno d’essere felici.

È vero, non sempre ci sarà corrispondenza perfetta tra pensiero e azione, teoria e pratica, desiderio e realizzazione. Non sempre l’intenzione e lo sforzo profuso troveranno un destinatario ad accoglierli al varco. Eppure, è nel frangente in cui proviamo a dar voce al nostro io, ad assecondare il cuore senza timore, che si compie già la vita. Non importa quante tempeste dovremo attraversare prima di capirlo, non importa quante volte subiremo il naufragio. Conta sentire il vento in poppa, conta seguire la rotta del cuore, avere Itaca come meta, ovunque sia ora. Ovunque sarà domani.

L’amore è una cosa semplice

È strano come a volte scioccamente si passi la vita a odiare qualcuno o qualcosa, col cuore gonfio di rancore e una rabbia soffocata, che continua a scorrere sotto pelle come un fiume carsico, che non vedi ma c’è, lo senti. È un sentimento buio che pare non possa estinguersi mai. È un dolore che t’accompagna per anni, adombrando persino i giorni migliori. È un non riuscire a godersi gli attimi di rara felicità, i successi, i traguardi raggiunti, perché manca sempre qualcosa, quel qualcosa a cui abbiamo deciso di dare un’importanza spropositata fino a farlo diventare il centro della nostra serenità e, quindi, se manca quello, manca tutto, mancano i sorrisi, la spensieratezza, la gioia del cuore. Quasi non ce ne accorgiamo, ma ci lasciamo trascinare da un mare di negatività, non dando valore alla meraviglia che ruota attorno a noi. Diamo più peso all’assenza che alla presenza, al rifiuto che alla scelta, alla mancanza che all’amore.

Vivere con un’ombra sul cuore non è vivere, è esistere, è trascinarci lungo giorni sempre uguali, grigi, spenti, in attesa di trovare la risposta ai nostri interrogativi o la chiave dell’enigma che ci ha da sempre tormentati. Ma non sempre la vita ha le risposte che ci aspettiamo.  A volte passi un’intera esistenza a chiederti perché, dove, quando e come hai sbagliato, perché proprio a te, perché non c’è via d’uscita. Altre, invece, capita che improvvisamente, senza un motivo apparente, il tuo cuore si liberi da ogni rancore, da ogni forma di odio, da ogni tentativo di colpevolizzarsi pur di ottenere una ragione che giustifichi il dolore. Eppure, la verità è che spesso non esiste una ragione in grado di farci accettare e sopportare il male ricevuto, non c’è un motivo che la mente possa comprendere e giustificare per razionalizzare un evento doloroso. Umanamente siamo sempre alla ricerca del perché qualcosa sia accaduto, ma non ci accorgiamo che i tentativi di dare un nome agli eventi sono spesso alibi, mistificazioni, giustificazioni che ci diamo per assolvere l’altro o per assolverci.

Forse la chiave di tutto sta semplicemente nella banalità del male, perché da sempre è più facile ferire che guarire, è più comodo abbandonare che restare. È più immediato e meno impegnativo distruggere tutto in un attimo che sforzarsi di costruire insieme, passo dopo passo, qualcosa in grado di resistere persino alla più tremenda delle burrasche. Non c’è rapporto umano che non conosca la crisi, ma è nella capacità di superarla che si nasconde l’amore. E a volte bisogna soltanto lasciare andare chi non ci ha scelti, chi ci ha cacciati dalla sua casa e dal suo cuore, chi ci ha urlato contro mentre gli tendevamo la mano. Non è vigliaccheria o arrendevolezza; è salvarsi. È una cosa che non puoi capire da bambina o da adolescente, quando, per te, l’affetto, le origini, le radici, sono qualcosa di cui hai visceralmente bisogno e un rifiuto non lo accetti, non lo capisci, è una ferita che ti lacera dentro e brucia sempre di più a ogni tappa della crescita, a ogni traguardo che vorresti condividere come fanno tutti gli altri ma non puoi e non capisci perché. È una cicatrice che ti porti cucita sulla pelle e da cui non sai distogliere lo sguardo, fino a farla diventare la tua ossessione. È quella voragine che non sai colmare, quel vuoto a cui non sai dare un nome, quell’assenza e quel dolore che inevitabilmente diventano metro di paragone, moniti per diffidare di chiunque, per chiudersi a riccio e imparare a cavarsela da soli, perché nulla è scontato, nulla è dovuto, neppure quei legami che per natura dovrebbero essere istintivi, forti, irrinunciabili.

Quando la vita comincia in salita è più difficile lasciarsi andare, mettere le ali al proprio cuore, provare quella leggerezza degli anni più belli, stupirsi per i doni che la vita sa ancora porgerti. È più difficile resistere ai pensieri brutti, alla voglia di farla finita, perché è un attimo e tutto può cambiare, basta un solo attimo di fragilità per rinunciare alla vita e alla sua meraviglia. Eppure, c’è il risvolto della medaglia: crescere con una salita da affrontare fortifica. Non lo capisci certo mentre ti disperi, mentre tutto è buio e non ha un senso, ma è in quei momenti che si forma il tuo carattere, che viene fuori il meglio e il peggio che sai dare, la tua voglia di aggrapparti a qualunque cosa pur di dimostrare che vali, che non sei un rifiuto, che puoi esser degna dell’affetto negato. Il dolore ci rende umani, fragili ma tempra il nostro carattere, anche se è qualcosa che capiremo solo dopo e a distanza, perché, nostro malgrado, dobbiamo attraversare il male per sorprenderci del bene inaspettato che la vita sa regalare a chi non molla.

Oggi so che ogni ferita, ogni dispiacere, ogni desiderio represso della me bambina è stato ripagato dagli abbracci, dai sorrisi, dalle mani tese di chi la vita ha messo sui miei passi strada facendo. L’amore non è qualcosa di dovuto dal nostro sangue per il semplice fatto di essere nati in quella famiglia. Non è scontato, non lo si può invocare, supplicare, imporre. L’amore è un dono che arriva quando e dove non lo aspetti, sono braccia aperte sconosciute quando sei sola e devi ricostruire tutto, sono le lacrime asciugate da chi resta e ti accompagna in un ogni momento della tua vita. L’amore è una cosa semplice, siamo noi che ci ostiniamo a complicarlo.

Più e oltre le parole

Corso di aggiornamento. Pausa caffè. Un collega si avvicina e mi chiede se sono silenziosa per natura o c’è qualcosa che mi impensierisce, perché mi ha già notata ai precedenti incontri e si è incuriosito. Spiazzata, balbetto qualcosa. Avrei la risposta, ma sembrerei ancora più asociale. Sono a quel corso perché  obbligatorio, ma mi annoio nel sentire cose trite e ritrite e non l’ho preso certo come occasione per fare nuove conoscenze. Il collega continua, chiedendomi il nome, cosa e dove insegni, perché “siamo qui, è bene conoscersi, fare squadra”. Ma chi l’ha detto? mi verrebbe da chiedere. Mi propone un caffè, che declino. Prova con un cioccolatino, che resta tra le sue mani. Sono tanto imbarazzata quanto asociale, perché sono fatta proprio male: se non c’è feeling, se non ho di fronte una persona intrigante, stimolante, interessante, beh, io, proprio io che di norma sono logorroica, mi chiudo a riccio e, sì, sono asociale.
Se c’è una cosa che di me ho imparato negli anni è che fondamentalmente sono in grado di bastarmi. Mi piace il confronto, ma non sono per i grandi gruppi perdi tempo, per l’amicone di tutti, per la vita mondana ad ogni costo. Il gioco di squadra è utile e proficuo in molti contesti, deleterio in altri, ma sicuramente non lo si può imporre; deve essere frutto di un desiderio comune, di una ricerca voluta e condivisa tra persone capaci di mettersi in ascolto attivo, recependo le critiche in maniera costruttiva e proponendo suggestivi spunti di riflessione. Credo che la vita non abbia bisogno di orpelli, contorni, boa e cotillon, ma di sostanza ed è forse per questo che inseguo un progetto e mi metto in gioco solo se ne vale la pena. Non amo i fronzoli, le cose fatte tanto per, la superficialità e non sono neppure alla ricerca di una persona per inseguire un progetto di stabilità, perché la mia priorità non è il contorno, l’etichetta, il contratto ma l’essenziale, quello che non vedi ma senti. E fare gioco di squadra è qualcosa che si desidera davvero quando c’è empatia con l’altro in un clima positivo, altrimenti ben venga l’indipendenza e l’autonomia, nel pubblico ma, soprattutto, nel privato.
Trovare un compagno con cui venga naturale fare gioco di squadra, cercarsi tra mille, sostenersi, supportarsi, incontrarsi e scontrarsi per rafforzarsi non è cosa semplice; è bello, ma non indispensabile o almeno non deve diventare quella ricerca ossessionata a tutti i costi dell’altra metà per sentirsi completi, finendo magari per accontentarsi. L’incastro è perfetto, meraviglioso, ma non scontato e, soprattutto, non dovuto. Non è qualcosa che trovi dopo una lunga ricerca; è un miracolo che può accadere così come può svanire o non manifestarsi mai. Certo, se proprio dovessi ammetterlo, sarebbe bello lasciarsi stupire da qualcosa di imprevedibile e sorprendersi a condividere la quotidianità con qualcuno che viaggi sulla mia stessa frequenza, arricchendomi la vita con passioni diverse, prospettive nuove, sogni grandiosi. Ma l’amore non è aver bisogno dell’altro per essere sereni, dovrebbe essere, invece, l’incontro di due persone autonome, indipendenti, serene, che, improvvisamente e inspiegabilmente, sentono crescere forte dentro di loro il desiderio di condividere attimi, silenzi, sorrisi, gioie, paure, vita. Perché l’amore è condivisione, è il desiderio di alzare la cornetta e sentire l’altro dopo una giornata di lavoro intenso, è precipitarsi da chi ami quando sai che ha bisogno del tuo sostegno. L’amore è prendersi cura, è riconoscere il passo e la voce dell’altro tra milioni di persone. È cercare il suo sguardo di complicità, è accarezzarsi le mani e tenersele strette al petto. L’amore è conoscenza del cuore dell’altro, dei suoi pensieri, delle sue paure, di quell’ombra che gli vela lo sguardo nelle notti insonni. È mettersi in discussione, allontanarsi e tornare. È vivere la crisi, distinguendo la rabbia dalle cose che contano davvero. L’amore è resistenza. È gioco di squadra, è crescere insieme, è sentirsi felici nonostante le difficoltà. È desiderare di invecchiare insieme all’altro, scoprendo le mille sfaccettature di un sentimento complesso, unico, imprevedibile. È un mistero inspiegabile. È più e oltre tutte queste parole. È quel segreto che ciascuno si porta in fondo al cuore.

Amarsi un po’

Conoscersi, amarsi, pretendere la felicità. A volte è un dono, spesso una necessità, quasi sempre il frutto di una nuova consapevolezza dopo una caduta.

Il tempo anestetizza il dolore, ridimensiona le ferite, cicatrizza le piaghe, sfuma i contorni netti. Pone distanze incolmabili, annienta legami, spezza i nodi in fondo alla gola, ma non guarisce dall’assenza e dalla mancanza per chi si è appartenuto davvero.

Il tempo somma le cadute, sottraendo illusioni e aggiungendo un pizzico di disincanto. Fortifica, senza dubbio, ma lascia anche un vuoto. Quel vuoto in cui, a volte, si insinuano inaspettatamente fotogrammi di una vita passata, attimi, ricordi, sorrisi, che scacci via scuotendo la testa. Ed è proprio quel vuoto che non si riesce a colmare, perché ogni volta manca qualcosa, manca quel dettaglio unico che dia linfa vitale e slancio per intraprendere un nuovo viaggio, per sentir crescere dentro di sé la voglia di riscoprirsi e reinventarsi, la pazienza di lasciarsi stupire, il coraggio di veder nascere nuove emozioni, l’incoscienza di credere ancora in un amore senza misura, senza condizioni, senza paura delle incognite, senza timore del domani, così intenso da non riuscire neppure a concepire la parola addio. Un amore così non è dovuto, non lo puoi pretendere, non puoi chiederlo ad alta voce, invocarlo, supplicarlo. No, non lo puoi neppure inventare, costruire, replicare. È qualcosa che accade quando non lo aspetti, quando non lo cerchi, quando non lo vuoi, eppure è quello il momento in cui ne hai più bisogno. A volte dura un attimo, altre un’eternità, ma ti resta sempre addosso, cucito sulla pelle, lì, sotto al petto, dove nessuno più guarda, dove solo tu sai quanto grande e forte sia il battito di un ricordo.

Ma quanti ostacoli e sofferenze e poi sconforti e lacrime
per diventare noi, veramente noi, uniti
indivisibili, vicini, ma irraggiungibili.

Epifania sotto un cielo di stelle

stella

A volte mi chiedo dove siano finiti i miei sogni, se si siano solo nascosti in qualche meandro del cuore o si siano spenti per sempre. Indossata la corazza diventa sempre più difficile disfarsene. Lo sguardo disincantato non riesce più a credere nella bellezza. La ricerca, la insegue, se ne stupisce ma non sa afferrarla, coglierla, trattenerla, come se, in fondo, non fosse più in grado di compiere l’ultimo slancio, quel passo nel vuoto capace di assumersi il rischio, di tentare, di provare a vedere se sia ancora possibile scorgere poesia sotto le macerie.

Oggi non so più cosa desidero o forse ho solo paura di sognare. Ho riposto in fondo al cuore il progetto di vita più importante, quell’essenziale invisibile agli occhi di cui ero profondamente innamorata, il valore più importante, il bene supremo a cui avrei sacrificato tutto. Mi chiedo se per me ci sia ancora un senso profondo da inseguire, una stella polare a segnare la rotta dopo il naufragio. Perché forse la cosa che più vorrei, il desiderio che più mi fa tremare e non riesco a pronunciare a voce alta, è quello di riuscire nuovamente a volgere lo sguardo verso l’alto, per cogliermi fragile, imperfetta, ma ancora capace di sognare.

Vorrei svegliarmi e sentirmi così fortemente attaccata alla vita da esser pronta a sporcarmi di nuovo dei suoi colori, delle sue sfumature, di quelle vibrazioni che scaldano il cuore. Vorrei volgere lo sguardo verso il cielo e fidarmi ancora delle stelle. Vorrei credere che Epifania possa significare che lassù ci sia ancora la mia buona stella pronta a illuminarmi il cammino, anche se quaggiù sembra tutto buio. Perché forse è di questo che ho bisogno: di luce, di speranza, di una promessa in cui credere. Vorrei tornare a riveder le stelle, affinché il cuore non sia più zavorra ma gabbiano pronto a spiegar le ali. Vorrei che l’angoscia non prendesse sempre il sopravvento sulla speranza, per ritrovare il coraggio di rimettermi in viaggio, libera da corazze, scevra da paure. Vorrei riuscire a (r-)innamorarmi del mio sogno più grande per ritrovare il mio sguardo da bambina.

Vorrei che il mio cielo fosse sgombro da nubi, perché la luce della mia stella possa non esser sprecata. E vorrei ritrovare il coraggio di sedermi in due sulla stessa vetta, con lo sguardo rivolto vero l’alto e le mani intrecciate a segnare l’inizio d’un sogno di bambina divenuto realtà.

Nòstos

Not all those who wander are lost.
(J. R. R. Tolkien)

Non tutti quelli che vagano sono perduti. Capita che perdersi sia necessario per ritrovarsi e il viaggio non sia altro che un ritorno a casa. Se un luogo, un’anima, un cuore sono stati davvero importanti, si ripresenterà la possibilità di ritrovarli. Perché ciò che hai amato non è mai del tutto perduto. La tua Itaca è casa, ma a volte per comprenderlo hai bisogno di allontanarti, di compiere quel viaggio, senza meta, che sarà un tornare alle origini, questa volta consapevoli di sé.

Ogni tanto bisogna saper fare un passo indietro, per concedere e concedersi lo spazio per spiegare le ali e provare a spiccare il volo da soli. Solo abitando la mancanza, solo scoprendo la possibilità e il peso del vuoto, potrai capire se la libertà da ogni legame ti ha permesso di essere finalmente felice o ha smarrito la parte migliore di te. Sarà allora che, se ti ritroverai nella memoria, seguendone le orme, invertirai la rotta e Itaca sarà il tuo nòstos, il tuo ritorno. Virerai verso l’arché, l’origine del tutto, ma non sarà semplice. Ammettere a se stessi i propri sentimenti è quanto di più difficile ci sia. Si può ingannare l’altro ma non il proprio cuore.

Il nòstos è anche nostalgia, desiderio sofferto di tornare a casa, per ritrovare le proprie radici ma, soprattutto, se stessi. E la nostalgia a volte fa paura. È dolce e ingannevole al tempo stesso. Sottace una languida attesa di qualcosa che non sai se mai ritroverai. È sentire una spinta in avanti per il desiderio di tornare indietro. Tra il sentire quella spinta e il fare un passo in avanti c’è un abisso. In quell’abisso, la tua vita. Assecondare quello slancio implica avere coraggio, osare, rischiare ma, soprattutto, perdonarsi, accettarsi, dopo essersi messi in ascolto della parte più onesta del proprio cuore. I nostoi sono, dunque, i coraggiosi. Sono quelli un po’ folli, che si fanno carico del rischio, accettano la sfida, si rimettono in gioco e sanno ritornare.

Se, però, la nostalgia mescola il nòstos all’álgos, il ritorno alla sofferenza, sarà forse perché i coraggiosi sono pochi. Si è più inclini alla nostalgia, a quel crogiolarsi nella sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. E accade così che passino giorni, mesi, anni a sentir quella nostalgia senza trovare lo slancio per quel salto verso Itaca. Se l’álgos avrà la meglio, ti allontanerai sempre più da te stesso. Se troverai, invece, la forza e il coraggio di credere nel nòstos, chiuderai il cerchio e le cadute non saranno state altro che tappe di un itinerario più importante.

Vorrei che un giorno tu potessi riconoscere la tua Itaca, per rimetterti in viaggio senza paura. Ritornare, però, esige sforzo.