La corrispondenza perfetta

Non sempre c’è corrispondenza perfetta tra pensiero e azione. Qualche a volta accade che qualcosa di più grande si frapponga tra l’intenzione e l’atto, così che un desiderio resti nella sfera della potenzialità senza mai trovare concretezza, senza mai raggiungere il suo destinatario. Capita per fatalità, per una banale coincidenza, per un segno del destino o più semplicemente accade senza alcuna ragione, accade e basta. Accade che una missiva venga smarrita dalle poste, che un’e-mail torni indietro perché l’altra casella è già piena, o che in un giorno speciale provi a comporre un numero per sentire una voce e per tre volte la chiamata non parta, mentre sullo schermo appare “chiamata errata”. Forse l’errore stava nell’intenzione che, seppur buona, avrebbe potuto portar scompiglio dall’altra parte e così il gestore telefonico si è frapposto tra il pensiero e l’azione e ha impedito l’ “errore”.

Non sono mai stata fatalista, ho sempre creduto che siamo noi a scrivere, nel bene e nel male, le pagine della nostra vita. Sono le nostre scelte a definirne i sentieri. Sono i nostri errori a imprimere una svolta, sono le nostre aspettative ad essere il motore dei nostri passi. Eppure, crescendo, si acquistano nuove prospettive e non sempre quello che credevi giusto fino a un istante prima lo è ancora.

Ho vissuto sempre con il piede sull’acceleratore, come se avessi un avvoltoio sulle spalle e ne sentissi il fiato sul collo, con quella costante paura che all’improvviso tutto potesse finire. Ho preteso sempre il massimo, sforzando mente e corpo per raggiungere un traguardo, come se avessi una scadenza da rispettare. Non credevo di poterci riuscire, ma avevo bisogno di pormi un obiettivo e di fare tutto il possibile per realizzarlo. Avevo bisogno di sentirmi viva, di non fermarmi mai a pensare, di avere sempre un nuovo traguardo da dover  raggiungere. Non sapevo vivere senza adrenalina, senza progetti. E a tutto avevo posto la scadenza dei trent’anni, come se avessi paura di non potermi affacciare alla vita dopo quella soglia. In questa folle corsa, ho bruciato tante tappe, ho piantato paletti sempre più alti, ho prediletto il bianco e il nero non riuscendo a comprendere le sfumature. Mi sono persa e salvata, allo stesso tempo. Mi sono aggrappata al mio mondo di carta per rinnegare l’orrore, per seppellire un dolore mai sopito, per rifugiarmi in quella bellezza che nel mondo non riuscivo più a scorgere. Ho perso la spensieratezza degli anni più belli. Non ho mai saputo coltivare la leggerezza del cuore, quella leggerezza che ti fa guarda al mondo con occhi innamorati. Eppure, è stato necessario perdersi, per ritrovarsi e salvarsi. Perché non è mai troppo tardi per cominciare a vivere davvero.

Oggi forse per la prima volta assaporo la lentezza, un tempo nuovo della vita. Non sento più l’urgenza di correre, non ho più paura di non riuscire a realizzare un progetto, non ho più bisogno di spingere al massimo l’acceleratore per sentire l’adrenalina scorrere e la vita pulsare. Ho capito che la bellezza è nascosta in quei meandri dove nessuno più guarda. Ho assaporato la meraviglia della vita nei miei occhi stupiti di fronte a un abbraccio inaspettato, a un tramonto goduto dalla vetta più alta, a un dono fatto col cuore, all’umiltà di chi si priva di un suo ricordo per lasciarne uno nuovo in te. Ho scoperto il dolore ai polpacci quando al mattino macino qualche chilometro, ma anche la gioia dei polmoni gonfi d’aria e di spensieratezza, mentre cammino col vento che graffia le gote e gli occhi socchiusi baciati dal sole. Ho riscoperto il piacere di andare in bici tra le campagne verdeggianti per sentirmi libera. Ho sentito crescere in me la voglia di provare a colorare la vita, di andare oltre al bianco e al nero dei giorni passati e sfidare persino l’incertezza del domani, provando a catturare sensazioni, emozioni, attimi in uno scatto che possa sopravvivere a ogni timore, a ogni fine, a me. Per la prima volta non ho paura della morte, e quasi come un novello Epicuro mi ripeto che, quando ci sarà lei, io non ci sarò.

La verità è che cambiamo vita, cambiamo pelle e spesso cambiamo anche prospettiva. Da un certo punto in poi ho realizzato di vivere con una sorta di bomba ad orologeria sul dorso, qualcosa a cui è impossibile sottrarsi, sai che è lì ma non sai quando esploderà. Questa consapevolezza non ha incupito i miei giorni, ma mi ha reso più pragmatica e forse più egoista, come se il dolore fosse una cosa individuale, qualcosa da dover affrontare da soli per non pesare sugli altri. Mi sono ripetuta e ho ripetuto a chi mi era accanto che se fosse accaduto qualcosa, l’avrei affrontato da sola, avrei messo un punto perché amare è sottrarre peso e aggiungere leggerezza. Egoisticamente credevo di non riuscire a sopportare il dolore e la compassione negli occhi dell’altro, ma soprattutto di non tollerare che la causa di quel dolore fossi io. Non era altruismo, era la più triste delle forme di egoismo. Era un voler decidere lucidamente di sezionare un amore per estirparne la radice più vera e profonda: la condivisione, persino del dolore. Non lo capivo allora, non l’ho capito per molti anni. Credevo fosse una forma di protezione verso l’altro, un imporre la cosa giusta ad occhi offuscati dal bene, ma la cieca ero io. Ero io a non comprendere che esiste qualcosa di inspiegabilmente forte capace di unire due persone ancor più nel dolore: è un dono immeritato, un miracolo della vita non concesso a tutti. È qualcosa che si realizza poi. Troppo tardi o troppo presto è difficile a dirlo, ma io sento di averlo realizzato ora. Non ho paura della morte perché non ho rimpianti, ma soprattutto non ho più paura di condividere il dolore, perché non c’è bisogno di nascondere le lacrime se un giorno è più difficile degli altri. Non occorre celare i propri sentimenti e le proprie paure se dentro è tempesta. Non possiamo sfuggire a ciò che pulsa forte dentro di noi, al suo grido, al suo richiamo, all’urgenza di vita. Possiamo scappare da chiunque, ma mai da noi stessi. Possiamo far tacere la ragione ma mai del tutto il cuore. Possiamo illuderci d’essere forti ma mai abbastanza da rinunciare al sogno d’essere felici.

È vero, non sempre ci sarà corrispondenza perfetta tra pensiero e azione, teoria e pratica, desiderio e realizzazione. Non sempre l’intenzione e lo sforzo profuso troveranno un destinatario ad accoglierli al varco. Eppure, è nel frangente in cui proviamo a dar voce al nostro io, ad assecondare il cuore senza timore, che si compie già la vita. Non importa quante tempeste dovremo attraversare prima di capirlo, non importa quante volte subiremo il naufragio. Conta sentire il vento in poppa, conta seguire la rotta del cuore, avere Itaca come meta, ovunque sia ora. Ovunque sarà domani.

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4 pensieri su “La corrispondenza perfetta

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