All’ombra della saudade

amelie

Notte insonne. Occhi aperti in un buio impenetrabile. Fuori c’è bora. Soffia, urla, si infrange contro ogni cosa che incontra, l’avvolge, la spazza via. Il soffitto sembra il fondale d’una sorgente. Sento l’acqua venir giù, forte, impetuosa. Guardo l’ora. 3:25. Una strana inquietudine m’assale. Sarà ansia da sveglia all’alba. Sarà paura di perdere la prima corriera e restare qui qualche ora in più.

Fughe e approdi: ecco cosa resta di me.

Corro tra due case, lascio tracce ovunque che puntualmente non ritrovo più in nessun luogo. Oscillo tra estremi: silenzi e confusione, vuoti e condivisioni, libertà e legami, indipendenza e restrizioni, presente e passato. La certezza che tutto ciò sia provvisorio non rassicura, destabilizza. Mi avvicinerò, tornerò alla base, cambierò casa. Ovunque sarò il prossimo anno, non sarà ancora la casa, quella sognata, agognata, immaginata, ma mai realizzata. Chiudo gli occhi. Mi addormento.

Avverto una presenza, mentre sono intenta a salire una scala. So che  è dietro di me, sento il peso del suo esserci. Non mi volto, ma so che c’è. Sento che anche lei sa che sono io a precederla. È sempre stato così, i nostri passi non erano mai allineati, il mio precedeva il suo. L’inciampo era inevitabile. Salgo senza voltarmi. Davanti a me ho una donna. La riconosco, è materna. Tra le sue rughe si nascondono le pieghe del dolore. Si volta, mi guarda, non dice nulla. Si domanda tra sé se sono proprio io. Solo il silenzio può occupare le distanze tra noi. Sembro sospesa tra due parentesi. Eterea, inconsistente, svolto e mi dissolvo dietro una porta, mentre loro continuano l’ascesa al piano successivo.

Pochi fotogrammi restano impressi al risveglio. Uno strappo su tela bianca è  quel volto. È qualcosa che resta tra le pagine d’una nuova vita, anche se il tempo ha sbiadito i contorni degli alibi e delle ragioni. Resiste solo ciò di cui non so pentirmi. Resta ciò che resiste.

E qualcosa rimane, 
fra le pagine chiare e le pagine scure, 
e cancello il tuo nome dalla mia facciata 
e confondo i miei alibi e le tue ragioni, 
i miei alibi e le tue ragioni. 

Vorrei non riconoscere quel volto nei fondi di caffè, dietro i finestrini di un’auto, in due occhi chiari. Vorrei sentire il mio passo più svelto, il respiro meno profondo, i sogni più sgombri, ma torno a ricercare quello sguardo in una vecchia fotografia.

Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi 
se per caso avevo ancora quella foto 
in cui tu sorridevi e non guardavi 
ed il vento passava 
sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona. 
E quando io, senza capire, ho detto sì,
hai detto: «è tutto quel che hai di me». 
È tutto quel che ho di te.

Un ricordo e una fotografia: è tutto quel che ho. E il ricordare ha in sé quella radice da cui non so staccarmi. È un passare dalle parti del cuore, è un riannodare i fili della memoria. È l’insinuarsi di un volto in sogno, mentre continuo ad abitare la mia saudade.

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4 pensieri su “All’ombra della saudade

  1. ..possiamo scappare dalle radici, ma le ritroveremo sempre – dentro di noi.
    L’unica soluzione vera è far pace con esse. A volte è un percorso lungo, ma se lo si desidera è possibile. Un abbraccio.

    Mi piace

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