Quanto dura un anno?

L’uomo canuto, dal volto dolce e dal parlar gentile, si è spento in questi giorni lasciando una ferita aperta nel cuore di Amélie. È un dolore strano per un legame che non ha nome. È sentire che l’umanità ha perso un’anima buona, un uomo d’altri tempi, d’una gentilezza rara e di un rispetto quasi cavalleresco. Ha chiuso gli occhi con un sorriso a fior di labbra stampato sul volto, traguardo di una pace e di una serenità tanto agognata. Forse, per qualche strana ragione, è persino giusto che abbia smesso di soffrire, che non abbia conosciuto l’accanimento terapeutico, che abbia scelto quasi seraficamente di attendere il secondo tempo di questo viaggio. Tornano alla mente tanti ricordi, soprattutto degli ultimi tempi, quando tra loro non c’era più alcun legame formale ma solo profondo e sincero affetto, quello che non muta neppure con le distanze imposte dalla vita.

Troppe cose sono cambiate in questi mesi. Troppe volte Amélie ha dovuto ricominciare da capo. Ho la sensazione che sia in balia degli eventi e che la vita stia scegliendo per lei. Nell’istante stesso in cui ha smesso di essere felice, aggrappandosi al lavoro e allo studio per sopravvivere e mettere a tacere i pensieri, la vita ha cominciato a gettare ai suoi piedi tanti sassolini. Percorrendoli, Amélie oggi si trova ad essere una prof. neoimmessa in ruolo in un paesino di montagna dimenticato da Dio. Perché la vita l’ha portata proprio lassù? Si sforza di trovare un senso in questa nuova avventura da costruire, per l’ennesima volta da capo, ma non lo trova. E la solitudine è tanta, troppa. Lei che ama insegnare, che vive degli occhi che la guardano e la interrogano, si trova sola, senza ancora colleghi né studenti a far accoglienza ad adulti che vorrebbero iscriversi ai corsi serali. Non era così che immaginava il ruolo. È stato un duro colpo. Cerca di farsi forza sperando che a breve le cose cambino, fissa la porta dell’aula sperando che un giorno qualcuno varchi la soglia, ancor più avrebbe bisogno di un abbraccio lassù per trovare del bello anche in quest’esperienza.

In pochi mesi troppe cose sono cambiate, troppo dolore ha segnato il cuore di Amélie, troppi ricordi sono ancora vivi. Cerca di farsi forza, di sdrammatizzare, di pensare che un anno passerà in fretta e che un senso dovrà esserci se è finita proprio in quel posto. Ma quanto dura un anno? Troppo. Un anno dura quanto un sogno che si spezza, una vita che vola via, un lavoro tanto amato che si concretizza e porta lacrime invece che gioia. Un anno dura tanto, troppo. Dura il tempo di capire che il volto che ami non può essere sostituito neppure dall’uomo migliore del mondo. Dura quanto la mancanza ancora forte che Amélie prova, quanto l’amore che ancora brucia, quanto l’affetto che non muta.

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5 pensieri su “Quanto dura un anno?

  1. Bentornata … anche se, leggendo, il tuo ritorno è alquanto doloroso. Un anno quanto dura? Certo più si sta male e più si ha la sensazione che il tempo non passa mai, ma Ameliè dovrebbe provare a crearsi degli spazi, qualcosa che sia suo, qualcosa dove il passare del tempo diventa piacevole. E comunque la notte passa sempre, dillo ad Ameliè.

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    1. luminariasprecata

      Oh Romeo, Romeo! Ti assicuro che dov’è capitata Amélie c’è il nulla, proprio il nulla. Non c’è un cinema,un teatro, una palestra. Nulla. C’è solo tanto tempo per pensare e non va proprio bene. Nell’ultimo anno Amélie ha cercato di riempire ogni suo istante impegnandosi in tutto ciò che potesse dare un senso ai suoi giorni. Trasferirsi lì -almeno per 5 giorni a settimana- è stato un duro colpo per lei. “Adda passà a nuttata” ma ora come ora le sembra davvero taaaaaanto lunga e buia. Un abbraccio forte

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      1. Capisco… una mia amica è finita in un paesino sperduto del nord, a quaranta chilometri da Brescia. E ha dovuto lasciare Roma… era depressissima! Non c’era nulla. Ora sta molto meglio. Questo è il mio augurio per te 😉 Rom

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  2. Addà passà ‘a nuttata…Hai ragione che la notte sembra sempre lunga, troppo lunga. Ma prova a pensare a quei napoletani, scappando da viichi e vicarielli entravano nella Napoli Sotterranea dei rifugi durante l’ultima guerra mondiale…Pensa come ripetevano questa frase, chiara e senza sfumature come è ricca di solito la lingua partenopea. La ripetevano per farsi coraggio, mentre cadevano le bombe. Addà passà ‘a nuttata. E’ passata per loro, passerà anche per te.
    Bentornata, almeno qui, bentornata!

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