Quando un legame non ha nome

 

«A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso
La bella stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore
A mano a mano si scioglie nel pianto
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo …»

 

Un vento dispettoso soffia sul volto di Amélie, le scompiglia i pensieri e le ruba un sorriso. Soffia più forte sul cuore e le ruba un ricordo. Chiusa in un mutismo selettivo, ad Amélie mancano le parole. Non sa più dare un nome alle sue emozioni, non sa catalogare i suoi sentimenti, non riesce a mettere ordine tra gli scaffali del cuore. Troppa polvere alza questo vento. I contorni sfumano, non c’è più netta separazione tra il bianco e il nero. Perse le poche certezze che aveva, Amélie fa fatica persino a capire se stessa. Come l’hai cambiata!

Ci sono telefonate che Amélie non vorrebbe ricevere in una sera qualunque d’estate. In verità, non vorrebbe riceverle mai. Non vorrebbe sentire pronunciare dall’altra parte della cornetta un nome e un luogo. In un attimo torna indietro nel tempo, non sta neppure lì a chiedersi cosa fare, cosa sia giusto, cosa non lo sia. Agisce di pancia, perché ancora una volta l’urgenza dei sentimenti non può nulla contro calcoli, ragionamenti, esitazioni. C’è un solo sentire, un unico desiderio. Vorrebbe essere lì, vorrebbe capire. Vorrebbe sciogliere quel nodo alla gola in un abbraccio, uno soltanto, lungo, forte, stretto, senza parole.

La voce dall’altra parte della cornetta chiede cosa fare, lascia a lei la scelta. Credo sia l’atto d’amore più generoso e profondo di cui potesse farle dono. Lascia da parte il macigno dei suoi pensieri, l’orgoglio ferito, il dolore di padre provato nel vederla soffrire e non poter fare o dire nulla, sempre per sua scelta. Ed eccolo, quell’uomo tutto d’un pezzo, ancora una volta al suo fianco, ad ascoltare i suoi silenzi dall’altro capo della cornetta, a rispettare le sillabe strozzate, a capire quanto per lei sia più importante il bene che il male, un legame inspiegabile che l’assenza.

La vita è strana, mette continuamente alla prova, bussa alla tua porta e ti costringe a fare i conti con quello che cerchi, invano, di respingere sul fondo della tua anima. In questi mesi, mentre Amélie continuava la sua battaglia personale, la vita non ha mai smesso di incrociare i suoi passi con volti che non appartengono più al suo presente. Quanto più la distanza avrebbe potuto alleviare la sua pena tanto più la vita continuava a gettare ponti tra il prima e il dopo. Volti, abbracci, sguardi. Non li cercava, ma puntualmente erano lì. Forse erano fantasmi e desideri dell’inconscio che quanto più cercava di soffocare più si materializzavano. Ci sono legami che non hanno un nome e che, nonostante tutto, sono indelebili, sono cicatrici cucite addosso che parlano di te, di quella che sei diventata, delle tue priorità, di quel sentire, forte e prepotente, che non puoi zittire.

Amélie sceglie un orario in cui sa di non trovare nessuno con lui. Ha bisogno di vederlo. Chiede all’infermiera in quale stanza sia e si avvia lungo il corridoio, tra l’odore acre di medicinale e disinfettante, tra volti sofferenti e corpi ricurvi su barelle. È in una stanza in cui lei è già stata. Quella volta, un uomo era sul lettino accanto alla finestra, soffriva così tanto, come se la vita, tutto a un tratto, gli stesse servendo il conto da pagare per un’esistenza sprofondata nel baratro più nero. Amélie perdonò quell’uomo sul letto di morte, lo perdonò senza che lui le chiedesse perdono. Fu atroce ma liberatorio. Dopo vent’anni passati a incolparsi, a cercare dentro di sé ragioni che non hanno ragione, a ferirsi e riferirsi, Amélie trovò dentro di sé la forza di assolversi e assolvere, di perdonare quell’uomo per le sue debolezze. Poche settimane dopo, si spense, trovando forse quella pace che non conobbe in vita. In quella stanza Amélie respira ancora la sua presenza. Quel luogo chiuse un capitolo importante della sua vita.

Questa volta il lettino è all’ingresso. Lui riposa. È minuto, pallido, canuto. Sembra così fragile, indifeso, ma sempre composto, persino nel dolore. Apre gli occhi e vede Amélie alla sua sinistra. Non è sola. La voce al telefono ha voluto esser con lei anche questa volta, perché lo strazio e il bene erano in lotta nel suo cuore.

L’uomo dalla chioma bianca si commuove. Lei non riesce a dire nulla, nessuna parola, neppure un saluto. Gli accarezza il volto e la spalla. Vorrebbe farsi forza e infondergli coraggio. Cerca di trattenere la sua emozione per vincere quel nodo alla gola che strozza le sillabe. «Non faccia così, la prego, altrimenti vado via».

Lui le conferma il suo affetto immutato, le dice che ha sempre saputo chi fosse e questa era solo l’ennesima dimostrazione, perché a lui non serviva altro che l’amore e la presenza in quel momento. Amore e presenza, proprio queste due parole ha pronunciato con la sua gentilezza d’altri tempi. Quelle due parole che nella vita di Amélie sono peso e leggerezza, al tempo stesso. Amélie resta in silenzio, per la prima volta a una logorroica, mancano le parole. Lascia che i due uomini conversino tra loro. È strana la vita. Non si erano mai conosciuti prima di allora e adesso Amélie è lì a sentirli parlare di politica, di campagna, di raccolti, di ricordi della loro gioventù appartenuta a due generazioni diverse che ora cercano di confrontarsi. Cosa sono quei due uomini? Nulla l’uno per l’altra, neppure si conoscono, per la prima volta danno un volto a un nome che hanno sentito pronunciare solo nei discorsi di Amélie. È lei il loro legame.

È stato tutto così rapido, imprevedibile, naturale. C’è spontaneità nelle loro parole, c’è empatia che non lascia posto all’imbarazzo. Amèlie li osserva in disparte. Ama profondamente suo padre. Il loro legame non è fatto di parole, di abbracci, di smancerie, ma di presenza e sostegno. Lui c’è sempre stato per lei. «I figli si baciano di notte, quando dormono», le ha sempre ripetuto. Amélie è cresciuta così, la sua scorza forte è dovuta a quell’uomo che le ha dato la vita. Lo guarda ed è fiera di lui.

Qualcosa infrange quel momento. L’uomo canuto si rivolge a lei e dice: «Ho chiesto a Nino perché non voglia sposarsi, perché non abbia voluto sposare te. Ma non mi ha risposto. Non ha saputo dirmi nulla. Ha paura. Crescerà e capirà». Quelle parole suonano come uno schiaffo per Amélie. È andata fuori dall’orario di visita proprio per non incontrare Nino, per non incrociare il suo sguardo, perché fosse chiaro che lei non era lì per lui. Quelle parole, gettate al vento così, all’improvviso, mentre si parlava d’altro, fanno male, non c’entrano e riducono tutto. Amélie lo interrompe immediatamente. È perentoria. Lei è lì solo per quell’uomo gentile che le ha voluto bene. Condizione imprescindibile tra loro doveva essere non nominare chi aveva scelto l’assenza e il silenzio. Era un patto che avevano fatto mesi prima e a cui lei teneva. Non ha bisogno di giustificazioni paterne, di sentire parole come paura, crescerà, capirà. Amélie è cresciuta sempre troppo in fretta per colpa d’altri. Ha dovuto capire senza ricevere spiegazioni. È caduta e si è rialzata senza una mano che la sollevasse. Non può amare le giustificazioni supposte.

Amélie devia il discorso, chiede del nipotino, di come cresca, della scuola. All’uomo brillano gli occhi al sentire il nome del piccolino. Racconta delle sue marachelle, delle maestre, dei compiti, dei progressi ammirevoli nella lettura. Poi ci ricasca, le fa di nuovo male. «Lo sai, ti ha chiamata da subito zia e in questi mesi, ogni volta che abbiamo fatto una festicciola, chiedeva di te. Diceva “e la zia non viene?”. Toccava allora a noi inventare delle scuse, dire che non potevi, che la zia aveva un impegno». È un colpo basso. Gli occhi di Amélie si riempiono di lacrime, difficili da trattenere. Non dice nulla. Interviene il suo papà a ricordare che si è fatto tardi ed è ora di andare. Lascia l’uomo canuto e i suoi ricordi in quella stanza. Attraversa il corridoio del reparto in silenzio. Spinge il maniglione della porta che dà sulle scale ed il primo volto che si trova davanti è quello della donna che da più di quarant’anni ama solo quell’uomo che non vuole perdere per nulla al mondo.

«Sei venuta a trovarlo?». L’abbraccia e la bacia. La guarda con quello sguardo che vale più di tanti discorsi. Si dicono tutto senza proferir parola. Amèlie non riesce neppure a chiederle come sta, è la donna che sembra rincuorare lei, riempiendola di parole d’affetto e di abbracci lunghi, forti, stretti.

Cosa sono quelle due persone per Amélie? Legami che non hanno nome, un ponte che la vita continua a gettare tra passato e presente. È come se avesse intravisto in loro qualcosa che va oltre quello che erano o potevano essere. Un’affinità e un bene che non conosce distanza, che non ha logica alcuna. È un amore che si ripaga con amore. È un legame a cui non puoi dare un nome.

 

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7 pensieri su “Quando un legame non ha nome

  1. Ferirsi e riferirsi
    Il secondo verbo non è solo un reiterare il primo, è quel fare riferimento solo a se stessi, non vedere altro che le proprie ragioni e le proprie sofferenze, che ci fa male e non ci fa vedere il resto del mondo.
    Mi piace come attorno a quel letto d’ospedale ci siano presenze assenze che Amelie mescola, fonde, in un unico stato.
    ml

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  2. E’ interessante il tuo modo di scrivere, chiaro, sicuro, una prosa che va spedita senza intoppi e che fino alla fine ci porta, a noi che leggiamo, come per mano, a scoprire una fine che magari è l’inizio di una storia che continua o che ha voglia di continuare.

    Ti scopro un po’ per volta. 🙂

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