La cosa giusta

Qual è la cosa giusta da fare? Seguire il proprio istinto, quel bisogno urgente, viscerale, concreto di far qualcosa o meditare, prendersi del tempo, soppesare pro e contro, discernere il bene dal male, la generosità dall’egoismo? Amélie non lo sa più. Ultimamente ragiona col cuore. Ma si può ragionare col cuore? Ragione e sentimento sono antitetici. Sarebbe presuntuoso farli coincidere. Amélie è testa, è pesantezza, è ragione. Quando agisce seguendo il cuore sbaglia, perché non le appartiene, non è nel suo dna, non sa dominare i sentimenti, si lascia travolgere da un fiume in piena e combina pasticci. Quando non pensa prima di agire, sbaglia.

Si era detta mille volte di non intromettersi nella vicenda del piccolo Samuel, aveva chiesto l’aiuto di altri professionisti, aveva delegato il contatto con la famiglia e poi… poi non ce l’ha fatta, il suo cuore si è ribellato, quando il piccolino le ha raccontato per l’ennesima volta come vive, come viene deriso, come nessuno voglia vedere quelle difficoltà così evidenti che lo rendono unico e speciale. Si è fatta forza degli abbracci e dei bacini umidi di Samuel e non ha resistito. Il piccolo ha un mondo da raccontare, vorrebbe solo che qualcuno gli desse gli strumenti e la possibilità per farlo. Così di fronte all’ennesimo racconto, Amélie ha chiesto di poter conoscere la famiglia, di poter parlare con chi si occupa di lui per spiegargli che i disturbi dell’apprendimento non sono nessun’onta, anzi, capire cosa Samuel abbia lo aiuterebbe a crescere, a esprimersi, a non essere più emarginato. Perché un bimbo di nove anni non può non avere neppure un amichetto con cui giocare, non può essere preso in giro da adulti e bambini, non può voler dire o scrivere una cosa e farne un’altra senza che nessuno gli spieghi il perché questo avvenga e che non è affatto colpa sua. Amélie ha così mandato all’aria tutti i suoi buoni propositi e ha cercato un contatto con la famiglia, offrendosi di accompagnarli e seguirli nell’iter sanitario, perché lo sta facendo anche con un’altra piccolina e perché si è affezionata tanto a Samuel. Pur sapendo che la famiglia non ama le intromissioni e ha già rifiutato di intraprendere qualsiasi strada, Amélie si era ficcata in testa di provare a cambiare le cose. Il risultato è stato pessimo. Da due settimane né Samuel né i suoi fratellini si sono più presentati in associazione. Erano i più assidui, hanno frequentato tutti i corsi, dal doposcuola al corso di chitarra al teatro e ora per l’impulsività di Amélie sono spariti. Non riesce a non sentirsi in colpa. Avrebbe voluto, dopo un anno, parlare serenamente con chi di dovere, spiegare l’idea che lei, semplice insegnante, si è fatta e provare a prospettare dei percorsi per sfatare ogni dubbio e dare al piccolino gli strumenti per non vedere continuamente frustrati i suoi sforzi nell’apprendere, nel leggere, nello scrivere. Sapeva benissimo che, però, dall’altra parte avrebbe trovato un muro e ha voluto, comunque, scoperchiare il vaso di Pandora.

Ma cosa ha davvero spinto Amélie a dire la sua, a cercare un contatto, che, in cuor suo, sapeva già sarebbe stato negato? Lo ha fatto perché detesta chi mette la testa sotto la sabbia per non affrontare le difficoltà, perché non si rassegna a operare in un contesto dove c’è tanta ignoranza e così tanto disinteresse persino per i propri figli. Lo ha fatto perché i bambini non devono subire le colpe dei genitori e se non si è in grado di capire da soli che c’è qualcosa che non va, chi ne ha avuto sentore ha il dovere di farlo notare e di tendere una mano. Si direbbe che Amélie agisca per altruismo, per deformazione professionale, perché il suo lavoro è educare, formare e poi istruire. Prima di Leopardi, Manzoni, Pirandello o Garibaldi, vorrebbe che i ragazzi di oggi avessero gli strumenti per diventare cittadini attivi e responsabili, coraggiosi e determinati. C’è, però, anche l’altra faccia della medaglia. Amélie agisce anche per egoismo. C’è sempre un po’ di lei, del suo passato e del suo presente, nelle scelte che fa. Il suo ego è così forte da confondere, a volte, la cosa giusta con la cosa che faccia del bene. Il passato di Amélie somiglia ai montaliani cocci aguzzi di bottiglia su un muro troppo alto, oltre il quale lei ha smesso di vedere. Il presente è un campo minato: il cuore a pezzi, il cinismo che si insinua tra le ferire lasciate aperte, i problemi che sembravano superati e che si ripresentano più prepotenti, perché certi mali ci si illude di stroncarli, mentre sono sempre lì, sono recidivi e prima o poi ti rimettono la vita a soqquadro. Così Amélie, perché incapace di affrontare i propri problemi, si dedica agli altri, mette il cuore a scuola, con la piccolina, con le piccole pesti che orbitano attorno all’associazione e investe le sue energie e i suoi buoni propositi su di loro, per dimenticare se stessa (come se fosse possibile). L’egoismo muove il suo altruismo. Per questo, non capisce che non sempre la cosa che lei ritiene giusta sia la cosa migliore da fare.

Il difetto più grande di Amélie è la sua testardaggine. La sua spocchiosa convinzione di sapere cosa sia giusto fare, in qualsiasi momento. Si aggrappa ai più deboli, perché, salvando loro, spera forse di salvare se stessa, di lasciare almeno una traccia del suo passaggio  in questo viaggio. Amélie è così, è in perenne lotta con i suoi pensieri. La ragione sa bene cosa non deve fare, arriva poi il cuore e confonde tutto, rimescola le carte, la fa inciampare sempre negli stessi errori.

Era da qualche settimana che aveva un desiderio: sentire una voce, chiedergli come stesse. Il cuore proponeva, la testa rifiutava. Non è giusto farsi del male così, non aiuta nessuno ad andare avanti. Amélie se lo sarà ripetuto un centinaio di volte per convincersene, mescolandoci un pizzico di risentimento e un po’ di rabbia, perché di lei, dei suoi problemi, nessuno se n’era preoccupato e tutto quell’affetto sbandierato durante qualche incontro casuale lei non lo aveva mica poi visto nei fatti! Anzi, quanto più non voleva saperne, più le venivano raccontati i nuovi progetti di Nino e il suo presunto dolore. Posto che ognuno affronti la sofferenza a modo suo, la fuga da casa e dalla famiglia e la consolazione tra braccia frivole sembravano, ad Amélie, un modo stupido, infantile e poco responsabile di affrontare la vita. Eppure, in questa ennesima scelta di lui, lei ritrova l’essenza più vera di Nino, quella che l’amore offuscava e che emerge prepotentemente ora che le distanze sono nette. Se Amélie è testa, senso del dovere, magari pure due palle di pesantezza, Nino è un quasi quarantenne immaturo, irresponsabile, che fugge ogni problema. Appena arriva la difficoltà, anche importante, lui non sa condividerla con chi ama ma fugge, è fuggito da Amélie, fugge dai suoi, fugge da chiunque gli chieda spiegazioni e magari giustifica a se stesso questa immaturità come un estremo atto d’amore, un rendere liberi gli altri, perché vincolati a uno che, a metà del suo cammino, ancora non sa cosa vuole sarebbero degli infelici. Ad Amélie fa bene ripetersi queste cose, per evitare di provare compassione per qualcuno che, secondo la sua testa, non la merita. Il cuore, però, è tiranno. Pensieri, preoccupazioni e dispiaceri travolgono Amélie. Ha resistito fin troppo.

È sola a casa. Si è svegliata con un pensiero fisso. Fa avanti e indietro. Valuta pro e contro. Si chiede cosa prevalga, se la testa o il cuore. Si siede accanto al telefono. Ha quel numero davanti. Le mani tremano. Il cuore comincia a battere. La tensione esplode quando digita quei numeri. Pochi interminabili squilli. Dall’altra parte una voce di uomo. Risponde a monosillabi. È formale. Dice che la cura va bene. Amélie prova a colmare i silenzi. Lui sostiene ancora una volta che va tutto bene, che è ottimista. Quelle parole, però, non sanno di speranza e fiducia. È freddo, distante. Forse difende il suo orgoglio. Amélie si sente un’estranea. La conversazione dura pochissimo. Sta per salutarlo quando si accorge che la voce dall’altra parte della cornetta ha cambiato tono, sembra strozzata, prossima al pianto. La saluta con un pensiero rivolto ai suoi. Quanto non detto in quei pochi minuti…

Amélie attacca la cornetta. Le mani tremano. Scoppia in un pianto a dirotto.

La cosa più giusta non sempre è quella che ci fa star meglio.

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9 pensieri su “La cosa giusta

    1. LuminariaSprecata

      Credo proprio che nulla sia in sé giusto o sbagliato, ma ogni cosa abbia i suoi pro e i suoi contro e a seconda di cosa prevalga, l’impulso ad agire o meno, diamo seguito a un comportamento. Nulla è così puro e cristallino. Spesso c’è tanto non detto dietro un gesto e leggere tra le righe non è semplice e non sempre è indispensabile. A volte certe cose devono accadere e basta, che siano giuste o meno.

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  1. Leggendo questo racconto ho provato a mettermi nei panni della protagonista e devo ammettere che il sentirsi perennemente combattuti non è una bella sensazione… Il paradosso è che da un lato si vuole agire, ma dall’altro ci si blocca..

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    1. LuminariaSprecata

      È un oscillare tra cielo e terra, cuore e ragione, istinto e calcolo. È sentirsi inquieti, per poi ritrovarsi, nel caso di Amélie, ad agire di pancia, perché, al di là dei se e dei ma, c’è qualcosa di più grande e inspiegabile che spinge sempre verso una direzione. Forse, corretta o sbagliata che sia, è quella la decisione più giusta da prendere.

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  2. Mi ritrovo molto in Nino o N., forse sono un po’ così anch’io: quando ho paura e so di poter far del male a chi mi sta vicino, scelgo la solitudine e soffro in silenzio. Non sempre è un bene, a volte non è neanche giusto.
    Il problema è che tra cuore e ragione, la ragione cerca l’universalizzazione dei propri ragionamenti e crede che questo sia il procedimento per giungere al Giusto, mentre il cuore cerca la particolarità delle azioni e dei gesti, cerca il singolo e se ci arriva considera questo il procedimento per giungere al Giusto. Non è facile scegliere, forse bisogna scegliere in base all’istinto e rinunciare a qualsiasi scelta razionale fra i due mondi interiori: razionale ed emotivo.

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    1. LuminariaSprecata

      Credo ci sia qualcosa di profondamente ingiusto e persino vigliacco e crudele nel recidere un legame improvvisamente, senza mettere a conoscenza l’altra persona della difficoltà che si vive. È da egoisti scegliere per entrambi. È la cosa che più non riesco a perdonare. Qualsiasi problema possa capitare a uno dei due, per il rispetto e per l’amore che si prova, bisogna rendere partecipe l’altro e lasciare a lui/lei scegliere cosa fare, se troncare e scappare o restare e condividere. La paura di ferire l’altro o di travolgerlo nella nostra sofferenza è un alibi all’incapacità di fidarsi del proprio cuore e di affidarsi all’altro. È vero che ognuno vive il dolore a modo suo, ma quando si è in coppia si dovrebbe avere l’onestà, il coraggio e ancor più il desiderio di condividere la vita, nei momenti piacevoli e in quelli più duri. Amélie ha la certezza che sarebbe rimasta, qualsiasi nome avesse avuto il fantasma che agita Nino. Nino non lo saprà mai perché non ha rischiato, non ha avuto il coraggio di mettersi in gioco e di provare ad essere più forte delle sue paure. Chi ha perso qualcosa? Entrambi. E perché? Per egoismo, per stupide paure. Credo, perciò, che, sì, per certe scelte occorrerebbero meno calcoli razionali, meno emotività, lasciandosi andare all’istinto, all’urgenza impellente del momento. Altrimenti il rischio concreto è quello di condannare due vite all’infelicità.

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      1. Vero, scappare non ci salva, ma ci distrugge (distrugge entrambi, molto più spesso). Bisogna trovare il “giusto” equilibrio fra due tensioni. Ci si prova, ci si prova sempre e questo è quello che conta, provarci piuttosto che arrendersi. Chi ci prova, non muore mai.
        Poi, se uno sceglie di morire, beh…amen (non voglio essere crudo, ma l’ho provato sulla mia pelle anche io e, alla lunga, non è una soluzione ai problemi infatti).

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        1. LuminariaSprecata

          Nessuno si salva da solo…eppure, se non si è capaci di afferrare una mano tesa e non si trova neppure in se stessi la forza per provarci, davvero sembra di condannarsi senza mezze misure. La cosa che più mi rende triste è che negli ultimi tempi, confrontandomi con altre voci, sembra sempre più diffusa questa incapacità tutta moderna di costruire qualcosa per cui valga la pena vivere, quel qualcosa che riempia di senso i nostri giorni. Sono sempre di più quelli che fuggono da ogni responsabilità, anche in età adulta, perché non si sentono pronti per realizzare una vita in due, anche se si ha un lavoro fisso e basi economiche discrete. La precarietà è diventata l’alibi perfetto di una generazione che rifugge l’impegno.

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          1. Purtroppo scappare (o trovare scuse) è sempre più facile che lottare, restare insieme e affrontare i problemi creando qualcosa, costruendo qualcosa in due.
            Il tempo non aiuta, semplicemente c’è chi è forte e chi no.

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