31 Dicembre: tempo per noi

past

Il 2015 è stato un anno faticoso, pieno di insidie, sacrifici ma anche di soddisfazioni, al punto che voglio credere che, se semini bene, prima o poi raccogli i frutti del tuo lavoro e del tuo amore.

Se chiudo gli occhi, però, le immagini che racchiudono il 2015 non sono felici. C’è Aylan disteso su una spiaggia della costa turca; ci sono i suoi fratelli su un barcone in mezzo al mare in tempesta; i dodici dipendenti di Charlie Hebdo uccisi nella loro redazione a Parigi. Ci sono esplosioni di bombe e migliaia di morti in Pakistan, in Nigeria, in Libia, nello Yemen, in Afghanistan, a Baghdad, in Siria. C’è l’attentato al museo del Bardo, a Tunisi; i morti all’università di Garissa, in Kenya; i turisti caduti sulle spiagge a Sousse o quelli sul volo russo partito da Sharm el Sheikh. Ci sono le vittime al teatro Bataclan, in Francia, quelle all’hotel di Bamako, in Mali e tantissime altre che non hanno neppure un nome o una riga su un quotidiano nazionale.

In Italia le cose non vanno meglio. Vivo in un Paese ripiegato su stesso, sordo al grido degli ultimi, indifferente ai bisogni reali della povera gente. Un Paese che affama, spinge sul baratro il più debole, chiude fabbriche e imprese, fa tagli alla sanità, lascia senza stipendio da tre mesi gli insegnanti precari ma regala un bonus di 500 euro ai neodiciottenni che hanno come un unico “merito” quello di aver raggiunto finalmente l’età per vendere il proprio voto. Un Paese che lascia morire i suoi figli che respirano e si nutrono di veleni. Un Paese in cui non c’è una famiglia che non pianga un suo caro stroncato dal male del secolo.

Sì, c’è amarezza nelle mie parole e tanta stanchezza, perché ovunque volga lo sguardo vedo indifferenza, inganno, dolore. E sono anche stufa di sentire attribuite le colpe di tutti i nostri mali alla religione, al fato, al destino, alle fatture degli invidiosi, all’ignoranza. No, la colpa è solo dell’uomo. È l’uomo che decide di impugnare un’arma contro un suo fratello. È l’uomo che antepone l’interesse privato al bene comune. È l’uomo che non sa più ascoltare; sceglie lo scontro invece del dialogo, perché è più facile distruggere che costruire un rapporto.

Se non ci importa delle sorti del mondo, dell’Italia, del nostro microcosmo, pensiamo almeno a quanto sterili siamo diventati nel nostro io.

In quest’anno, stando spesso a contatto con i più piccoli, ho assorbito come una spugna tante storie difficili, mi sono sentita inadeguata dinanzi a interrogativi più grandi di me. Spesso non avevo soluzioni per chi mi confidava le sue paure, per chi mi chiedeva perché fosse diventato orfano o perché i suoi genitori si fossero separati, perché un caro stesse morendo, perché non avesse mai conosciuto i suoi fratellastri o perché nel mondo stessero accadendo tutte quelle cose brutte. Ho provato a spiegare che molte cose non dipendono da noi, eppure è nel nostro piccolo che possiamo invertire la rotta, coltivando amore nel deserto della vita … ma la verità è che molte delle loro paure sono anche le mie, i loro interrogativi, la loro sfiducia è anche dentro di me. Ho un ricordo bello, però. Qualche mese fa in una terza media, i ragazzi leggendo i loro temi ad alta voce si commossero. Piangeva chi leggeva e chi ascoltava, si davano pacche sulle spalle per confortarsi: forse è stata l’immagine più pura e candida in cui abbia ritrovato la bellezza della condivisione. Forse è da qui che dovremmo ripartire.

Bisognerebbe ricominciare a seminare e coltivare condivisione. Dovremmo tutti imparare a metterci in gioco, aprendoci all’altro, tendendo la mano al prossimo. Se bandissimo dalle nostre vite ciechi egoismi e inettitudine all’amore, permetteremmo alla luce di squarciare le tenebre. Un cuore chiuso in se stesso non sa quanta meraviglia si perde. Là fuori c’è ancora un mondo da scoprire e vivere, nonostante le brutture. Perché un cuore puro può brillare di luce propria anche nel «bujo pesto».

Perché, in fondo, a cosa serve raggiungere traguardi professionali, economici, di potere e autorità se poi ognuno resta solo col suo dolore e il suo egoismo? A cosa serve arrogarsi il diritto e la presunzione di aver fatto la scelta giusta se non è poi quella che rende felici?

Anche se in questi giorni è più semplice condividere un pranzo, un regalo, un augurio di gioia e serenità,  preferisco pensare che sarebbe più bello e utile prendersi del tempo per interrogarsi e ascoltarsi davvero. Tempo per noi. Tempo per ascoltare i nostri battiti, per capire la direzione dei nostri pensieri più intimi, per fare scelte coraggiose. Tempo per perdonare. Tempo per volersi bene e per amare gli altri.

Al di là di ogni logica, continuo a credere che bisogna scegliere non la cosa giusta ma la cosa che ci rende felici. Continuo a credere che non dovremmo guardare all’altro con gli occhi della ragione ma con quelli del cuore. Le scelte più importanti non sono quelle facili, comode, sicure, ma quelle che ci fanno tremare, palpitare. Sono quelle che richiedono coraggio e determinazione, rischio e audacia, passione e tanta buona volontà.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...